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Harry Potter e La Pietra Filosofale (2184 citazioni)   1) Il bambino sopravvissuto (90 citazioni)
   2) Vetri che scompaiono (80 citazioni)
   3) Lettere da nessuno (90 citazioni)
   4) Il custode delle chiavi (91 citazioni)
   5) Diagon Alley (184 citazioni)
   6) Il binario nove e tre quarti (222 citazioni)
   7) Il cappello Parlante (112 citazioni)
   8) Il maestro delle Pozioni (51 citazioni)
   9) Il duello di mezzanotte (139 citazioni)
   10) Halloween (98 citazioni)
   11) Il Quidditch (105 citazioni)
   12) Lo specchio delle brame (133 citazioni)
   13) Nicolas Flamel (82 citazioni)
   14) Norberto, drago Dorsorugoso di Norvegia (93 citazioni)
   15) La Foresta proibita (169 citazioni)
   16) La botola (217 citazioni)
   17) L'uomo dai due volti (228 citazioni)
  


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Lettere da nessuno


    La fuga del boa constrictor brasiliano costò a Harry il castigo più lungo mai ricevuto fino a quel momento. Quando finalmente gli fu permesso di uscire dal ripostiglio, erano ormai iniziate le vacanze estive e Dudley aveva già rotto la nuova cinepresa, mandato a sbattere l'aeroplanino telecomandato, e la prima volta che aveva provato la bicicletta da corsa aveva investito l'anziana Mrs Figg che attraversava Privet Drive con le stampelle.
   Harry era molto contento che la scuola fosse finita, ma non c'era modo di sfuggire alla ghenga di Dudley che veniva a casa ogni santo giorno. Piers, Dennis, Malcolm e Gordon erano grandi, grossi e stupidi, ma poiché Dudley era il più grande e il più stupido di tutti, il capo era lui. Tutti gli altri erano ben felici di unirsi a lui nel praticare il suo sport preferito: la caccia a Harry.
   Ecco perché Harry passava più tempo possibile fuori di casa, gironzolando nei dintorni e sognando la fine delle vacanze come un pallido raggio di speranza. A settembre, sarebbe andato alle superiori, e quindi per la prima volta in vita sua non sarebbe stato con Dudley. Dudley aveva un posto riservato a Snobkin, la scuola dove aveva studiato zio Vernon. Anche Piers Polkiss sarebbe andato lì. Harry, invece, sarebbe andato a Stonewall High, la scuola pubblica del quartiere. Dudley trovava la cosa molto divertente.
   ‘Lo sai che a Stonewall il primo giorno di scuola ti ficcano la testa nella tazza del gabinetto?’ disse a Harry. ‘Vuoi venire di sopra a fare esercizio?’
   ‘Grazie no’ rispose Harry. ‘La povera tazza del gabinetto non si è mai vista cacciare dentro niente di più orribile della tua testa; potrebbe sentirsi male’. Poi scappò via prima che Dudley potesse capire quello che aveva detto.
   Un giorno di luglio, zia Petunia accompagnò Dudley a Londra per comperare l'uniforme di Snobkin, lasciando Harry da Mrs Figg. Quel giorno, la vecchia signora era meno peggio del solito. Si era rotta la gamba inciampando in uno dei suoi gatti e quindi non sembrava più entusiasta di loro come prima. Permise a Harry di guardare la televisione e gli diede un pezzo di torta al cioccolato, che sapeva di stantio come se stesse lì da qualche anno.
   Quella sera, Dudley fece passerella in salotto per la famiglia, nella sua uniforme nuova di zecca. I ragazzi di Snobkin indossavano una giacchetta color melanzana, pantaloni alla zuava arancione e un copricapo piatto detto paglietta. Erano inoltre dotati di un bastone nodoso usato per picchiarsi a vicenda quando gli insegnanti non guardavano. Si riteneva che questo fosse un buon addestramento per la vita futura.
   Guardando Dudley nei nuovi pantaloni alla zuava, zio Vernon disse con tono burbero che non si era mai sentito tanto orgoglioso in vita sua. Zia Petunia scoppiò in lacrime e disse che non le sembrava vero che quello fosse il suo piccolino, da quanto era bello e cresciuto. Harry non si arrischiò a parlare. Aveva l'impressione di essersi rotto un paio di costole nel tentativo di non ridere.
   La mattina dopo, quando Harry entrò in cucina, c'era un odore orribile che sembrava provenire da una grossa bacinella di metallo che era dentro il lavandino. Si avvicinò per dare un'occhiata. La bacinella era piena di quelli che sembravano stracci sporchi a mollo in un'acqua grigia.
   ‘E questo cos'è?’ chiese a zia Petunia. Lei strinse le labbra come faceva sempre quando Harry azzardava una domanda.
‘La tua nuova uniforme scolastica’ rispose.
   Harry guardò di nuovo dentro la bacinella.
‘Oh!’ disse. ‘Non avevo capito che dovesse essere tanto bagnata’.
‘Non fare lo sciocco!’ lo apostrofò aspramente zia Petunia. ‘Ti sto tingendo di grigio alcuni vestiti smessi di Dudley. Quando avrò finito sembreranno uguali a quelli di tutti gli altri’.
   Di questo Harry dubitava seriamente, ma pensò fosse meglio non discutere. Si sedette a tavola e cercò di non immaginare che aspetto avrebbe avuto il primo giorno di scuola a Stonewall High. Probabilmente, come se avesse addosso pezzi di pelle di un vecchio elefante.
   Dudley e zio Vernon entrarono in cucina ed entrambi arricciarono il naso per via dell'odore che emanava la nuova uniforme di Harry. Zio Vernon aprì come al solito il giornale e Dudley picchiò il tavolo con il bastone di Snobkin, che ormai portava dappertutto.
   In quel momento, udirono lo scatto della cassetta delle lettere e il lieve tonfo della posta che cadeva sullo zerbino.
   ‘Vai a prendere la posta, Dudley’ disse zio Vernon da dietro il giornale.
‘Mandaci Harry’.
‘Vai a prendere la posta, Harry’.
‘Mandaci Dudley’.
‘Punzecchialo con il bastone di Snobkin, Dudley’.
   Harry schivò il bastone e andò a prendere la posta. Sullo zerbino c'erano tre cose: una cartolina della sorella di zio Vernon, Marge, che era in vacanza nell'isola di Wight, una busta marrone che sembrava una fattura e... una lettera per Harry.
   Harry la raccolse e la fissò con il cuore che gli vibrava come un gigantesco elastico. Nessuno in vita sua gli aveva mai scritto. E chi avrebbe dovuto farlo? Non aveva amici, non aveva altri parenti; non era neanche socio della biblioteca e quindi non aveva mai ricevuto perentori avvisi di restituire i libri presi in prestito. Eppure, eccola lì, una lettera dall'indirizzo così inequivocabile da non poter essere frainteso: Mr H. Potter Ripostiglio del sottoscala 4, Privet Drive Little Whinging Surrey
   La busta era spessa e pesante, di pergamena giallastra, e l'indirizzo era scritto con inchiostro verde smeraldo. Non c'era francobollo. Girando la busta con mano tremante, Harry vide un sigillo di ceralacca color porpora con uno stemma araldico: un leone, un ariete, un tasso e un serpente intorno a una grossa ‘H’.
   ‘Allora, sbrigati un po'!’ gridò lo zio Vernon dalla cucina. ‘Che cosa stai facendo, controlli se c'è una bomba nella posta?’ E ridacchiò della propria battuta.
   Harry tornò in cucina continuando a fissare la lettera. Consegnò a zio Vernon la fattura e la cartolina, si sedette lentamente e cominciò ad aprire la busta gialla.
   Zio Vernon strappò la busta della fattura, sbuffò disgustato e voltò la cartolina.
   ‘Marge sta male’ informò zia Petunia. ‘Ha mangiato uno strano frutto di mare...’
   ‘Papà’ disse Dudley d'un tratto, ‘papà, Harry ha ricevuto qualcosa!’
   Harry stava per aprire la lettera che era scritta sulla stessa pesante pergamena della busta, quando questa gli venne strappata di mano da zio Vernon.
   ‘E' mia!’ disse Harry cercando di riprendersela.
   ‘E chi mai ti scriverebbe?’ sibilò zio Vernon scuotendo la lettera con una mano per aprirla e gettandovi un'occhiata. In men che non si dica, la faccia gli passò dal rosso al verde più rapida di un semaforo. Ma non finì lì. Nel giro di pochi secondi, divenne di un colore bianco grigiastro, come semolino rancido.
   ‘P...P...Petunia!’ ansimò.
   Dudley cercò di carpirgli la lettera per leggerla, ma zio Vernon la teneva in alto fuori della sua portata. Zia Petunia, incuriosita, la prese e lesse la prima riga. Per un attimo sembrò che stesse per svenire. Si portò le mani alla gola ed emise un suono soffocato.
   ‘Vernon, oh, mio Dio, Vernon!...’
   Si fissarono l'un l'altra, e parevano aver dimenticato che Harry e Dudley erano ancora lì. Dudley non era abituato a essere ignorato. Assestò al padre un colpo secco sulla testa con il bastone di Snobkin.
   ‘Voglio leggere quella lettera’ disse forte.
   ‘Io voglio leggerla’ disse Harry furioso, ‘è mia’.
   ‘Fuori, tutti e due!’ gridò zio Vernon con voce rauca ricacciando la lettera nella busta.
Harry non si mosse.
‘VOGLIO LA MIA LETTERA!’ gridò.
‘Falla vedere a me!’ fece Dudley.
   ‘FUORI!’ tuonò zio Vernon prendendoli entrambi per la collottola e scaraventandoli nell'ingresso; poi sbatté loro la porta di cucina in faccia. Immediatamente, i due ragazzi ingaggiarono una lotta furibonda ma silenziosa per decidere chi dovesse guardare dal buco della serratura. Vinse Dudley, per cui Harry, con gli occhiali che gli pendevano da un orecchio, si stese a pancia in sotto sul pavimento per ascoltare attraverso la fessura della porta.
   ‘Vernon’ stava dicendo zia Petunia con voce stridula, ‘guarda l'indirizzo... Ma come fanno a sapere dove dorme? Pensi che stiano sorvegliando la casa?’
‘Sorvegliando... spiando... forse ci pedinano’ borbottò zio Vernon fuori di sé.
   ‘Ma cosa dobbiamo fare? Rispondergli? Dirgli che non vogliamo...’
   Harry vedeva le scarpe nere e tirate a lucido di zio Vernon misurare a grandi passi la cucina.
   ‘No’ disse infine. ‘No, ignoreremo la faccenda. Se non ricevono risposta... Sì, è la cosa migliore... non faremo niente...’
‘Ma...’
‘Non intendo averne uno per casa, Petunia! Non avevamo giurato, quando lo abbiamo preso, che avremmo messo fine a quella pericolosa insensatezza?’
   Quella sera, tornato dal lavoro, zio Vernon fece una cosa che non aveva mai fatto prima: andò a trovare Harry nel suo ripostiglio.
   ‘Dov'è la mia lettera?’ chiese il ragazzo non appena zio Vernon fu riuscito a passare dallo sportello. ‘Chi mi scrive?’
‘Nessuno. Era indirizzata a te per sbaglio’ disse zio Vernon tagliando corto. ‘L'ho bruciata’.
‘Non è stato uno sbaglio’ disse Harry arrabbiato. ‘Sopra c'era l'indirizzo del mio ripostiglio’.
   ‘SILENZIO!’ urlò zio Vernon, e due ragni caddero dal soffitto. Fece un paio di respiri profondi e poi si costrinse a un sorriso che parve costargli molto sforzo.
‘Ehm... già, Harry... a proposito del ripostiglio. Con tua zia stavamo pensando... sei davvero cresciuto troppo per starci dentro... pensavamo che sarebbe carino se ti trasferissi nella seconda camera da letto di Dudley’.
   ‘E perché?’ chiese Harry.
‘Non fare domande’ rimbeccò suo zio. ‘E ora, porta tutta questa roba di sopra’.
   La casa dei Dursley aveva quattro camere da letto: una per zio Vernon e zia Petunia, una per gli ospiti (in genere, la sorella di zio Vernon, Marge), una dove Dudley dormiva e un'altra dove Dudley teneva tutti i giocattoli e le cose che non entravano nella sua prima camera. A Harry bastò un solo viaggio per trasferire dal ripostiglio tutti i suoi averi. Si sedette sul letto e si guardò intorno. Non c'era una cosa che fosse sana. La cinepresa vecchia di appena un mese era buttata sopra una specie di camionetta con cui una volta Dudley aveva investito il cane dei vicini; in un angolo c'era il primo televisore di Dudley, che il ragazzo aveva sfondato con un calcio quando avevano soppresso il suo programma preferito; c'era una grossa gabbia per uccelli, che un tempo era servita per un pappagallo che Dudley aveva barattato a scuola con un fucile vero ad aria compressa, ora poggiato su una mensola con un'estremità tutta contorta perché lui ci si era seduto sopra. Gli altri scaffali erano pieni di libri. Quelli erano l'unica cosa nella stanza che sembrava non essere mai stata toccata.
   Da sotto giungeva la voce di Dudley che urlava a sua madre con quanto fiato aveva in gola: ‘Non ce lo voglio... quella stanza mi serve... fallo uscire...!’
Harry sospirò e si stese sul letto. Ieri avrebbe dato qualsiasi cosa per essere lì. Oggi avrebbe preferito tornare nel suo ripostiglio con la lettera, piuttosto che essere lassù senza.
   L'indomani mattina, a colazione, tutti erano piuttosto taciturni. Dudley era stravolto. Aveva gridato, picchiato suo padre con il bastone, aveva vomitato di proposito, preso a calci sua madre e fatto volare la tartaruga sopra il tetto della serra, e ancora non aveva ottenuto di riavere la sua camera. Harry pensava alla mattina precedente alla stessa ora e rimpiangeva amaramente di non aver aperto la lettera nell'ingresso. Zio Vernon e zia Petunia si scambiavano sguardi cupi.
   Quando arrivò la posta, zio Vernon, che sembrava fare uno sforzo per essere carino con Harry, mandò Dudley a raccoglierla. Lo udirono picchiare colpi a destra e a manca con il suo bastone lungo tutto il tragitto. Poi gridò: ‘Ce n'è un'altra! Mr H. Potter, Cameretta, 4 Privet Drive...’
   Con un grido strozzato, zio Vernon balzò dalla sedia e si precipitò nell'ingresso, con Harry alle calcagna. Zio Vernon dovette lottare e atterrare Dudley perché mollasse la lettera, il che fu reso difficile dal fatto che Harry aveva afferrato per il collo zio Vernon, da dietro. Dopo qualche minuto di grande confusione in cui a nessuno furono risparmiati i colpi di bastone di Dudley, zio Vernon si raddrizzò annaspando per riprendere fiato, con la lettera di Harry stretta in mano.
   ‘Va' nel ripostiglio... cioè, volevo dire, in camera tua!’ intimò ansimando a Harry. ‘E tu, Dudley... va' fuori!...Esci!’
   Harry misurava a gran passi la sua nuova stanza. Qualcuno sapeva che aveva traslocato dal ripostiglio e apparentemente sapeva anche che non aveva ricevuto la prima lettera. Questo significava che ci avrebbe provato di nuovo? Se sì, avrebbe fatto in modo che non fallisse. Aveva un piano.
   La mattina dopo, la sveglia, che era stata riparata, suonò alle sei. Harry la bloccò subito e si vestì senza far rumore. Non doveva svegliare i Dursley. Sgattaiolò giù per le scale senza accendere le luci.
   Avrebbe aspettato il postino all'angolo di Privet Drive per farsi consegnare la posta del numero quattro. Il cuore gli batteva forte mentre attraversava con cautela l'ingresso diretto verso la porta.
   ‘AAAAARRRRGGGGHHHH!’
Harry fece un salto: aveva inciampato in qualcosa di grosso e flaccido steso sullo zerbino... una cosa viva!
   Di sopra si accesero le luci e con orrore Harry si rese conto che la cosa grossa e flaccida era la faccia di suo zio Vernon. Aveva dormito in un sacco a pelo, davanti alla porta di casa, per esser certo che Harry non facesse esattamente quel che aveva cercato di fare. Sbraitò contro di lui per circa mezz'ora e poi gli ordinò di andare a preparargli una tazza di tè. Harry si trasferì tristemente in cucina e al suo ritorno la posta era arrivata dritta dritta sulle ginocchia di zio Vernon. Vide tre lettere con l'indirizzo scritto con l'inchiostro verde.
   ‘Voglio...’ cominciò, ma zio Vernon le stava facendo a pezzi davanti ai suoi occhi.
   Quel giorno, zio Vernon non andò in ufficio. Rimase a casa e sigillò la cassetta delle lettere.
‘Vedi’ spiegò a zia Petunia con una manciata di chiodi in bocca, ‘se non riescono a consegnarla, ci rinunceranno e basta’.
   ‘Non sono sicura che funzionerà, Vernon’.
‘Oh, la mente di questa gente funziona in modo strano, Petunia; non sono mica come te e me’ disse lui cercando di battere un chiodo con il pezzo di dolce alla frutta che zia Petunia gli aveva appena portato.
   Venerdì arrivarono non meno di dodici lettere per Harry. Poiché non passavano dalla buca delle lettere, erano state infilate sotto la porta, nelle fessure laterali e alcune persino nella finestrella della toilette al piano terra.
   Zio Vernon rimase di nuovo a casa. Dopo averle bruciate tutte, tirò fuori chiodi e martello e chiuse con delle assi tutte le possibili fessure sulla porta davanti e quella del retro, cosicché non si poteva più uscire. Mentre lavorava, canticchiava un allegro motivetto, e trasaliva a ogni minimo rumore.
   Sabato la cosa cominciò a sfuggire di mano. Ventiquattro lettere indirizzate a Harry trovarono il modo di entrare in casa avvolte e nascoste dentro ognuna delle due dozzine di uova che il lattaio, perplesso, aveva consegnato a zia Petunia attraverso la finestra del soggiorno. Mentre zio Vernon faceva telefonate inferocite all'ufficio postale e alla latteria, cercando qualcuno con cui prendersela, zia Petunia, in cucina, sminuzzava le lettere col frullatore.
   ‘Ma chi diavolo è che ha tanta urgenza di parlarti?’ chiese sbalordito Dudley a Harry.
   Domenica mattina, zio Vernon si sedette per fare colazione con un'aria stanca e sofferente, ma felice.
‘Niente posta, la domenica’ ricordò agli altri tutto contento, spalmando il giornale di marmellata d'arancia. ‘Oggi niente maledettissime lettere...’
   Mentre pronunciava queste parole, qualcosa piovve con un fruscio giù per la cappa del camino e lo colpì sulla nuca. Un attimo dopo, trenta o quaranta lettere piombarono giù come una gragnuola di proiettili. I Dursley le schivarono, ma Harry fece un balzo per cercare di prenderne una...
‘Fuori! FUORI!’
   Zio Vernon abbrancò Harry all'altezza della vita e lo scaraventò nell'ingresso. Una volta che zia Petunia e Dudley furono corsi fuori coprendosi il viso con le braccia, zio Vernon sbatté la porta. Da fuori, si sentivano ancora le lettere inondare la stanza, rimbalzando sulle pareti e sul pavimento.
   ‘Questo è troppo’ disse zio Vernon cercando di parlare con calma e al tempo stesso strappandosi a ciuffi i folti baffi. ‘Vi voglio qui tra cinque minuti, pronti a partire. Ce ne andiamo. Prendete solo qualche abito. Niente discussioni’.
   Aveva un'aria così minacciosa, con i baffi che gli mancavano per metà, che nessuno osò contraddirlo. Dieci minuti dopo, si erano aperti un varco strappando le assi inchiodate sulle porte ed erano saliti in macchina, dirigendosi a tutta velocità verso l'autostrada. Dudley, seduto sul sedile posteriore, stava frignando; suo padre gli aveva dato uno scapaccione perché si era attardato a cercare di imballare il televisore, il videoregistratore e il computer nella sacca da ginnastica.
   Andarono. E poi continuarono ad andare. Neanche zia Petunia osava chiedere dove. Ogni tanto zio Vernon invertiva la marcia e per un po' procedeva nella direzione opposta.
   ‘Me li levo di torno... vedrai se non me li levo di torno’ bofonchiava ogni volta che faceva questa manovra.
   Per tutto il giorno non si fermarono né per bere né per mangiare. Giunta l'ora di cena, Dudley ululava dalla disperazione. In vita sua non aveva mai passato una giornata brutta come quella. Aveva fame, aveva perso cinque programmi televisivi che avrebbe voluto vedere, e non era mai rimasto tanto tempo senza far saltare in aria un alieno sul suo computer.
   Finalmente, zio Vernon si fermò davanti a uno squallido albergo, alla periferia di una grande città. Dudley e Harry divisero una stanza a due letti, rifatti con lenzuola umide e muffe. Dudley cominciò a russare, ma Harry rimase sveglio, seduto sul davanzale della finestra, a fissare i fari delle macchine che passavano per la strada e a riflettere...
   Il giorno dopo, per colazione, mangiarono corn-flakes stantii e toast con pomodori in scatola. Avevano appena finito, quando la proprietaria dell'albergo si avvicinò al loro tavolo.
‘Chiedo scusa, ma uno di voi è Mr H. Potter? Di là sul bancone ho un centinaio di queste’.
   E così dicendo mostrò una lettera su cui tutti poterono leggere l'indirizzo scritto con inchiostro verde: Mr H. Potter Stanza 117 Railview Hotel Cokeworth
Harry fece per prendere la lettera, ma zio Vernon lo colpì scansandogli la mano. La donna osservava stupita.
   ‘Le prenderò io’ disse zio Vernon alzandosi in fretta e seguendola fuori della sala da pranzo.
   ‘Non sarebbe meglio andarsene a casa, caro?’ suggerì timidamente zia Petunia ore dopo, ma zio Vernon sembrò non sentirla. Nessuno di loro sapeva esattamente che cosa stesse cercando. Li condusse nel bel mezzo di una foresta, scese dall'auto, si guardò intorno, scosse il capo, risalì a bordo e ripartirono. La stessa cosa accadde nel centro esatto di un campo arato, a metà di un ponte sospeso e in cima a un parcheggio a più piani.
‘Papà è ammattito, vero?’ chiese Dudley con voce piatta a zia Petunia verso sera. Zio Vernon aveva parcheggiato l'auto in riva al mare, li aveva chiusi tutti dentro ed era scomparso.
   Cominciò a piovere. Grossi goccioloni tambureggiavano sul tettuccio dell'auto. Dudley tirò su col naso.
‘lunedì’ disse alla madre. ‘Stasera ci sono i cartoni. Voglio andare da qualche parte dove hanno il televisore’.
   Lunedì. Questo ricordò qualcosa a Harry. Se era lunedì - e in genere si poteva star certi che Dudley sapesse i giorni della settimana per via della televisione - allora l'indomani, martedì, era l'undicesimo compleanno di Harry. Naturalmente, i suoi compleanni non erano mai quel che si dice divertenti: l'anno prima i Dursley gli avevano regalato una gruccia appendiabiti e un paio di calzini smessi di zio Vernon. Tuttavia, undici anni non si compiono mica tutti i giorni.
   Zio Vernon era tornato e sorrideva. Portava un involto lungo e sottile e non rispose a zia Petunia quando gli chiese che cosa avesse comperato.
‘Ho trovato il posto ideale!’ disse. ‘Venite! Tutti fuori!’
   Fuori dall'auto faceva molto freddo. Zio Vernon stava indicando qualche cosa al largo che rassomigliava a un grosso scoglio. Appollaiata in cima allo scoglio c'era la catapecchia più miserabile che si possa immaginare. Una cosa era certa: là dentro di televisori non ce n'erano.
   ‘Le previsioni per stasera annunciano tempesta!’ disse zio Vernon in tono gaio, battendo le mani. ‘Questo signore ha gentilmente acconsentito a prestarci la sua barca!’
   Un vecchio sdentato venne verso di loro a passo lento, additando, con un ghigno alquanto malvagio sulla faccia, una vecchia barca a remi che ballonzolava sulle acque grigio ferro proprio sotto di loro.
   ‘Ho già comprato un po' di provviste’ disse zio Vernon, ‘perciò tutti a bordo!’
   Sulla barca faceva un freddo cane. Spruzzi d'acqua gelida e gocce di pioggia gli scendevano giù per il collo e un vento glaciale gli frustava la faccia. Dopo quelle che sembrarono ore raggiunsero lo scoglio dove zio Vernon, fra uno scivolone e una sdrucciolata, li guidò alla casetta diroccata.
   L'interno era orribile; c'era un forte odore di alghe, attraverso le fessure delle pareti di legno fischiava il vento e il caminetto era umido e vuoto. C'erano solo due stanze.
   Le provviste di zio Vernon si rivelarono essere un pacchetto di patatine a testa e quattro banane. Cercò di fare un fuoco, ma i pacchetti di patatine vuoti si limitarono a fare un gran fumo e ad accartocciarsi.
   ‘Adesso tornerebbe proprio utile qualcuna di quelle lettere, eh?’ fece tutto allegro.
Era di ottimo umore. Era chiaro che pensava che nessuno aveva la minima probabilità di raggiungerli per consegnare la posta, con la burrasca che c'era. In cuor suo, Harry fu d'accordo, anche se quel pensiero non lo rendeva affatto allegro.
   Al calar della notte, la tempesta annunciata esplose attorno a loro. La schiuma delle onde altissime schizzava sulle pareti della catapecchia e un vento feroce faceva sbattere le luride finestre. Zia Petunia trovò alcune coperte tutte ammuffite nella seconda stanza e arrangiò un letto per Dudley sul divano tutto roso dalle tarme. Lei e zio Vernon si sistemarono sul materasso bitorzoluto della stanza accanto e Harry dovette trovarsi il punto più morbido del pavimento e rannicchiarsi sotto una coperta sottile e sbrindellata.
   La notte avanzava e la tempesta infuriava sempre più feroce. Harry non riusciva a dormire. Scosso da brividi, si rigirava alla ricerca di una posizione comoda, con lo stomaco che gli gorgogliava per la fame. Il russare di Dudley era soffocato dal cupo rumore del tuono che iniziò attorno a mezzanotte. Il quadrante luminoso dell'orologio di Dudley, che pendeva oltre il bordo del divano al suo polso grassoccio, informò Harry che avrebbe compiuto undici anni di lì a dieci minuti. Restò sdraiato a guardare il suo compleanno avvicinarsi a ogni ticchettio, a chiedersi se i Dursley se ne sarebbero ricordati, a domandarsi dove fosse adesso l'autore delle lettere.
   Ancora cinque minuti. Harry udì qualcosa che scricchiolava all'interno della capanna. Sperò che il tetto non crollasse. Ancora quattro minuti. Forse, al loro ritorno, la casa di Privet Drive sarebbe stata talmente piena di lettere che in qualche modo sarebbe riuscito a rubarne una.
   Ancora tre minuti. Era il mare a produrre quei forti schiocchi sullo scoglio? E (ancora due minuti) che cosa era mai quello strano scricchiolio? Era forse lo scoglio che si sgretolava nel mare?
   Ancora un minuto e avrebbe compiuto undici anni. Trenta secondi... venti... dieci... nove... forse avrebbe svegliato Dudley soltanto per dargli fastidio... tre... due... uno. BUM!
   Tutta la catapecchia fu scossa da un brivido e Harry saltò su a sedere di scatto fissando la porta. Fuori c'era qualcuno, che bussava chiedendo di entrare.



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