Hogwarts - 4° Piano
Hogwarts - 4° Piano


  • Stefano_Draems

    Fondatore Amministratore Ministro Ad Honorem Certificato

    Dormitorio: VIP
    Livello: 16
    Galeoni: 584328
       
       



    Role Aperta da Dorcas_Moore


  • Dorcas_Moore

    Corvonero Responsabile di Casa

    Dormitorio: Corvonero
    Livello: 6
    Galeoni: 438
        Dorcas_Moore
    Corvonero Responsabile di Casa
       
       

    *Metà febbraio.
    Le sembrava passata una vita da quando aveva rimesso piede al castello.
    La festa di natale, la foresta proibita, il museo. Le lezioni, le ore perse a vagare per i corridoi, le notti insonni.
    Ogni giorno le pesava addosso più de precedente, ogni ora sembrava sommarsi alla stanchezza che le appesantiva le palpebre, al silenzio del tempo che la soffocava.
    Ogni minuto, ogni secondo della sua vita, le raschiava il petto, come una forchetta. Una forchetta sdentata che non riusciva ad afferrare più niente.
    Avrebbe tanto voluto sentirsi svuotata. Dopo tutti quegli anni, avrebbe tanto voluto smettere di dilaniarsi. Invece no, non riusciva a staccare la spina. Era persa, scollegata dal mondo, ma non perché fosse riuscita a trovare la pace. Era persa in se stessa, nelle sue paranoie, nei suoi sensi di colpa, nella mancanza, nella vergogna. E più il tempo passava più le sembrava di sprofondare.
    Ormai ogni cosa del mondo era un’ancora a cui aggrapparsi per restare in superficie.
    Che fosse Zack, con quella ventata inaspettata di sentimenti, di emozioni che non credeva di essere più in grado di provare. O cose più semplici, come respirare.
    Ed infatti eccola lì. In biblioteca, in un orario in cui, sapeva, non avrebbe trovato nessuno. Perché anche lei non sarebbe dovuta essere lì.
    Sentiva il silenzio che avvolgeva il castello, immaginava l’affaccendarsi lontano in sala grande, il ciarlare degli studenti, la gioia che provavano nel rimpinzarsi di cibo. E riusciva solo a provare disgusto.
    Disgusto per se stessa, per quel nodo che le avvolgeva lo stomaco, per il non essere ancora riuscita ad affrontare quel mostro. Avrebbe mangiato dopo, quando quell’odore non sarebbe stato più così prepotente, meno asfissiante.
    Per il momento preferiva restare lì, appoggiata a quella finestra in una biblioteca più silenziosa del solito. Le gambe accavallate, la gonna che le accarezzava le ginocchia magre, la camicetta tirata sui gomiti, i capelli, insolitamente sciolti. Lunghi boccoli biondi che le arrivavano fin oltre metà della schiena.
    Se ne stava lì, in silenzio, guardando il giardino come se si aspettasse di veder accadere qualcosa, concentrandosi sul battito del suo cuore e sul suo stesso respiro. Come per ricordarsi che era ancora viva.

    Sospirò, le braccia incrociate e il naso sempre all’insù, come se dovesse dimostrare la sua superiorità anche al proprio riflesso nel vetro. Sempre impassibile, imperscrutabile, nessuno avrebbe mai potuto dire quanto veleno si portasse dentro.
    Era stanca, le bruciavano gli occhi, al punto che aveva dovuto indossare un paio di occhiali da vista dalla montatura sottile. Le stavano grandi e le pesavano sul naso ma le donavano, le assottigliavano il viso.
    Fece per stropicciarsi gli occhi ma una ciocca di capelli si incastrò nella montatura.*


    Maledizione


    *Ormai le capitava troppo spesso di doverli indossare. Da quando era tornata al castello dormire era diventato sempre più difficile, non riusciva a chiudere occhio per giorni e quando finalmente crollava gl’incubi la tormentavano. Non sapeva perché, alcuni periodi erano semplicemente più difficili di altri.
    E, a volte, nasconderlo le risultava più complicato del previsto.
    Da un lato era una fortuna essere Dorcas Moore, era diventata talmente brava a non dare nell’occhio che ormai faceva schifo soltanto a se stessa.*

    @Eirwen_Quinn,




    Ultima modifica di Dorcas_Moore circa 3 mesi fa, modificato 1 volta in totale


  • Eirwen_Quinn

    Grifondoro Insegnante Giornalista Moderatore Web Certificato

    Dormitorio: Grifondoro
    Livello: 4
    Galeoni: 363
        Eirwen_Quinn
    Grifondoro Insegnante Giornalista Moderatore Web Certificato
       
       

    *Un lampo di luce illuminò a giorno il corridoio deserto del Castello, non avrebbe dovuto esserci niente di strano nel vederlo illuminato considerando l’ora, ma quel giorno l’unica fonte di luce tra le mura di pietra erano le fiaccole. Il rumore che seguì fece fermare la ragazza davanti ad un finestra, con le sopracciglie aggrottate gettò un’occhiata al giardino, era metà febbraio e un temporale era decisamente fuori stagione in quelle zone. Sembrava proprio che lei non fosse l’unica fuori fase in quel periodo, anche se negli ultimi giorni la nebbia di apatia era stata sostituita dall’ansia dell’attesa. Non aveva infatti ancora ricevuto notizie dal Consiglio e dai Sindaci di Hogsmeade, temeva che la sua idea non piacesse, ma si era affezionata così tanto al progetto che un rifiuto sarebbe stato un duro colpo.
    Chiuse gli occhi per riportare la sua attenzione sul presente e sul motivo per cui non si trovava in Sala Grande a pranzare con calma. Gli ultimi due mesi di totale estraniamento avevano lasciato il segno anche sulla sua carriera scolastica, il rendimento non era calato, ma era consapevole di non essere preparata su tutto ciò che veniva insegnato a scuola. Dal giorno precedente aveva quindi ripreso l’abitudine di passare ogni momento libero rintanata in biblioteca.
    A passo svelto, stringendo al petto i libri che non era riuscita a sistemare nella borsa di pelle, raggiunse la soglia che celava il suo luogo preferito nel Castello. In quei quattro anni aveva passato tra quelle mura così tanto tempo che ormai sapeva esattamente dove trovare ogni libro. Quel giorno si sarebbe concentrata sulla sezione dedicata alla Trasfigurazione, ora che ne aveva preso consapevolezza non riusciva a perdonarsi di aver trascurato l’approfondimento della sua materia preferita.
    Era rassicurante rendersi conto, per la prima volta dopo lunghe settimane, che almeno un aspetto della sua vita stava tornando come doveva essere. Era abbastanza intelligente da non illudersi che tutto fosse a posto, dopotutto c’era un motivo per i sentimenti provati negli ultimi mesi e non l’aveva ancora affrontato.*

    Un passo alla volta.

    *Quello era il mantra che si ripeteva da giorni, prima avrebbe ripreso le redini della sua vita scolastica poi avrebbe affrontato il resto. Ma la vita, si sa, ha spesso piani diversi e lei non credeva alle coincidenze.
    Si stava avvicinando con passo sicuro al suo angolino preferito, quando una figura entrò nel suo campo visivo. La chioma bionda spiccava tra gli alti scaffali di legno e lei non aveva bisogno di guardare bene per sapere di chi si trattasse. Dorcas Moore non era certamente un’amica, ma un precedente incontro con la Corvonero era stato fondamentale per lei.
    La mente veloce della quattordicenne richiamò ricordi di mesi prima, di una gita poco interessante che si era trasformata in una conversazione carica di significato. Purtroppo la consapevolezza che quell’incontro aveva fatto germogliare in lei era rimasta solo un insieme di parole, i mesi successivi ne erano la prova. Tuttavia non pensava che fosse un caso il loro ritrovarsi lì sole, di nuovo. Sembrava che la vita le stesse ricordando che lei il capo della matassa l’aveva trovato mesi prima e che doveva solo decidere da dove iniziare a sbrogliare il casino in cui si era cacciata.
    Dubitò solo per un secondo prima di avvicinarsi.*

    Moore…

    *Volto e voce erano forzatamente inespressivi, il dolore che solcava il volto della bionda era impossibile da non riconoscere per lei, ma non avrebbe lasciato vedere la sua preoccupazione. Aveva posato il corpo al tavolo accanto alla finestra, la borsa di pelle ancora penzolava dalla spalla e i libri stretti al petto. Non voleva essere invadente e avrebbe aspettato di capire la reazione dell’altra prima di mettersi comoda.*

    @Dorcas_Moore,


  • Dorcas_Moore

    Corvonero Responsabile di Casa

    Dormitorio: Corvonero
    Livello: 6
    Galeoni: 438
        Dorcas_Moore
    Corvonero Responsabile di Casa
       
       

    *Il cielo era terso di nubi.
    La pioggia cadeva con prepotenza, i lampi illuminavano il giardino ad intervalli regolari.
    Quel giorno aveva il sapore della notte, non che avesse la necessità di farci caso.
    Il suo sguardo era fisso sugli alberi che ondeggiavano sotto la spinta del vento.

    Avanti e dietro. Avanti e dietro.

    Piccoli turbini di foglie si allontanavano all’orizzonte, mentre il prato si allagava di pozzanghere.
    Le piaceva la pioggia, l’acqua aveva l’illimitato potere di riempire gli spazi vuoti, si infiltrava in ogni angolo e ingrossava la terra con il suo stesso volume. Era uno spettacolo rassicurante. Le dava l’illusione di completezza, di equilibrio. Virtù che, ormai, aveva perso da tempo.

    Era talmente assorta nella contemplazione, che quando una voce fece il suo nome quasi non la percepì.
    Si voltò, lo sguardo annebbiato, come se venisse da un altro mondo, l’espressione sempre impassibile, senza una traccia di curiosità o confusione.
    Metteva i brividi, sembrava quasi priva di vita. Come se quella luce, quella che accende l’anima, si fosse spenta, senza che lei neanche se ne accorgesse.
    Ma come darle torto, era talmente stanca.

    Sollevò lo sguardo cristallino sulla nuova arrivata. I lunghi capelli castani, gli occhi smeraldini, il volto familiare. Fattezze che ricordava e che la portarono ad un pomeriggio non molto lontano ma che le sembrava appartenere ad un’altra vita.
    Non la scosse quel ricordo, non aveva provato nulla di più di quello che provava anche in quel momento: sopraffazione. Anche se, forse, per la prima volta si rese conto del peso del tempo.
    Credeva di poter attribuire a pochi giorni quello stato pietoso in cui versava la sua vita, invece erano già mesi. Mesi di cui non aveva contezza, mesi volati via senza lasciare traccia.

    Un senso di oppressione le strinse il petto in una morsa gelata. La consapevolezza di come la sua vita le stesse bruciando tra le mani senza che neanche se ne rendesse conto. E non poteva che provare disgusto per se stessa. Lei, Dorcas Moore, che aveva passato la vita a biasimare gli altri. Adesso si ritrovava a riscuotere la pietà di una nata babbana che se ne stava lì, in piedi, a pochi passi dal tavolo, e la osservava.

    L’espressione incerta, la tracolla ancora sulla spalla, i libri stretti al petto.
    Le sembrava quasi intimorita, il che l’avrebbe anche fatta sorridere se ne fosse stata in grado.
    Ma non era questo il caso, quindi si limitò a sospirare*


    Ciao Quinn


    *Il suo tono era pesante, privo di qualsiasi tipo di inflessione. Come il suo viso e il suo sguardo. La guardava come se non ci fosse, la testa persa in qualcosa che non era neanche più in grado di identificare.
    Avrebbe voluto aggiungere qualcosa, invitarla a sedersi o magari anche urlarle di andarsene e lasciarla in pace. Ma non ne aveva la forza, si sentiva come un blocco di marmo, come se ogni parola e ogni gesto le costassero lo sforzo immane di liberare il corpo dal calco.
    Avrebbe tanto voluto avere il desiderio di urlare, di piangere, di lasciarsi andare. Avrebbe tanto voluto smetterla di ricordare a se stessa di continuare a respirare. E invece era lì. In silenzio. Terrorizzata dalla sola idea di parlare.*


    @Eirwen_Quinn,


  • Eirwen_Quinn

    Grifondoro Insegnante Giornalista Moderatore Web Certificato

    Dormitorio: Grifondoro
    Livello: 4
    Galeoni: 363
        Eirwen_Quinn
    Grifondoro Insegnante Giornalista Moderatore Web Certificato
       
       

    *Non sapeva dire cosa la facesse sentire più inquieta in quel momento. Forse era la decisione presa poco prima, certamente per descriverla si sarebbe potuta usare la parola “gentile” ma era altrettanto sicuro che nessuno avrebbe potuto definirla una ragazza che prende l’iniziativa. Eppure pochi minuti prima aveva volontariamente preso la decisione di avvicinarsi ad una persona con cui non aveva confidenza e questo era se non inquietante almeno destabilizzante. A pensarci bene quindi l’inquietudine era dovuta alla persona che aveva davanti e alla totale assenza di sentimenti sul suo viso. Se qualcuno le avesse chiesto solo pochi anni prima che reazione si sarebbe aspettata da Dorcas Moore ad un suo saluto avrebbe avuto due scelte: o rispondere che con educazione probabilmente sarebbe stata invitata ad accomodarsi, dopotutto ormai aveva capito persino lei quale fosse il modo più consono di comportarsi per le figlie di nobili famiglie Purosangue; o chiedere perchè mai avrebbe dovuto avvicinarsi alla Corvonero, che sicuramente l’avrebbe allontanata in modo freddo e composto, confondendo la gentilezza per pietà. Le sue certezze erano però state annullate in un battito di ciglia, il tempo necessario per sentirsi rivolgere un banale, quanto inespressivo, saluto.
    Non aveva idea di cosa volesse dire vivere a quel modo, non poteva esserne certa, ma aveva la forte sensazione che la mancanza di inflessione nella voce o di espressioni facciali rispecchiasse lo stato interiore dell’altra, le sembrava che non fosse più in grado di provare veri sentimenti. Aveva passato gli ultimi due mesi avvolta in una nebbia di apatia, a trascinarsi avanti per semplice inerzia, ma a bloccarla in quello stato di immobilità era stato l’infuriare di troppi pensieri ed emozioni dentro di lei. Forse per una volta in vita sua era riuscita a sembrare semplicemente distaccata a chi la circondava, senza lasciare che ciò che provava trasparisse dal viso, ma mai si era sentita così sopraffatta o così priva di vita come le appariva la bionda.
    Lasciò che fosse il silenzio a seguire i rispettivi saluti, non aveva idea di come comportarsi. Il problema era che aveva sempre ritenuto inutile provare ad aiutare gli altri quando non era in grado di aiutare nemmeno se stessa, per non parlare del fatto che aveva imparato molto piccola a stare sola e a non contare sull’aiuto di nessuno che non fosse suo padre e questo comportamento non insegnava certo ad interagire con gli altri. Negli anni al Castello le cose non erano cambiate poi molto, certo aveva imparato a parlare un po’ di più e forse anche a gettarsi più spesso nella mischia, ma di certo le sue compagne non andavano in cerca di lei se avevano bisogno di un consiglio nè la cercavano per altro.
    In fondo però aveva sempre saputo che parte del problema era che vedeva sempre i suoi coetanei troppo spensierati, non aveva mai davvero provato cosa volesse dire sentirsi una bambina prima e un’adolescente poi e per questo non sapeva come rapportarsi con i suoi compagni. In quel momento però non aveva davanti una comune e spensierata sedicenne, aveva qualcuno che, come lei, le sembrava cresciuta troppo in fretta; e le parole presero forma da sole.*

    Sono lieta di vedere che non sono l’unica che negli ultimi mesi ha continuato a scegliere di rovinarsi la vita da sola.

    *Il volto era serio, il tono volutamente canzonatorio. Sapeva bene come poteva essere definito ciò che stava facendo e probabilmente si sarebbe rivelata una pessima idea.* *

    Forse tre mesi fa avevi ragione: ci sopravvalutiamo troppo a volte. Tra noi due c’è una differenza importante però.

    *Provocare non era sicura si sarebbe rivelato il modo giusto per interagire in quel contesto, ma di una cosa era certa: la gentilezza non sarebbe servita e se quest’ultima era inutile tanto valeva provare con la via meno rispettosa. Era quello che lei segretamente aveva sempre desiderato, piuttosto di ricevere indifferenza o forzata gentilezza avrebbe voluto che qualcuno infierisse sui suoi problemi, forse avrebbe imparato a stare tra la gente meglio di quanto aveva fatto.*

    Io sono finita tra i Grifondoro, nessuna si aspetta che mi comporti in modo intelligente. Tu fai parte della casa blu-bronzo, ma saggezza e raziocinio le devi aver perse da qualche parte.

    *Si era sforzata con tutta se stessa di mantenere il volto impassibile, per concedersi solo a quel punto uno sguardo di biasimo, prima di sollevarsi e avviarsi lontano dalla ragazza.*

    @Dorcas_Moore,


  • Dorcas_Moore

    Corvonero Responsabile di Casa

    Dormitorio: Corvonero
    Livello: 6
    Galeoni: 438
        Dorcas_Moore
    Corvonero Responsabile di Casa
       
       

    *Se c’era una cosa che aveva imparato con il tempo, è che nessuno è mai veramente solo.
    Aveva imparato ad immaginare le emozioni come persone, e non come pesi. Persone che si legano all’anima con un filo e decidono come tormentarti.
    Immaginava tutti camminare in piccole coppie, con questa figura accanto che trotterella e parla e ti trascina attraverso la vita.
    Era una cosa che aveva iniziato ad immaginare da bambina perché era convinta che soltanto una ristretta cerchia di scelti, avesse la fortuna che questa persona si concretizzasse e rimanesse per sempre al suo fianco. Un gemello. Lysander.
    Per lei Lysander era la sua personalissima sfera di emozioni, un piccolo complementare dorato che le ricordasse ogni giorno i motivi per cui la vita fosse degna di essere vissuta.
    Si, perché Dorcas era sempre stata così. Non era mai stata naturalmente felice, aveva sempre avuto bisogno di qualcuno che la prendesse e la trascinasse attraverso la vita. E quel qualcuno era sempre stato lui.
    Per questo, quando era morto, era come se quel filo si fosse spezzato, le erano rimasti in mano entrambi i capi ed era crollata.*


    Sono lieta di vedere che non sono l’unica che negli ultimi mesi ha continuato a scegliere di rovinarsi la vita da sola.


    *Sospirò, accennando un lieve sorriso che si trasformò in una breve risata incolore.
    Aveva sempre apprezzato la schiettezza, l’ipocrisia era un mezzo che non amava usare né ascoltare e di certo non le avrebbe garantito null’altro che una risposta scortese e villana.
    Tuttavia non si affrettò a rispondere, incrociando le gambe e posando i gomiti sulle ginocchia, rivolgendole un’occhiata indifferente, il viso ancora attraversato da quel sorriso inquietane.
    Adagiò il capo all’indietro, lasciando scivolare i lunghi capelli biondi oltre lo schienale della sedia e sospirò, ancora.*


    Suvvia Quinn, non ti abbattere così, sono anni che mi rovino la vita da sola, dicono che sia una patologia clinica ma non ho mai sentito il bisogno di verificare.


    *Fuoco con il fuoco.
    Non aveva bisogno di rispondere. Avrebbe potuto lasciar cadere quel commento così, lasciarselo scivolare addosso come faceva sempre. Assecondare il silenzio, accusare il colpo e tacere.
    Avrebbe potuto lasciare che parlasse, ascoltare il commento dell’ennesimo qualcuno che credeva di sapere.
    D’altronde non aveva mai sentito il bisogno di difendersi dall’opinione altrui, non le era mai importato.
    Ma, alla fine, che aveva da perdere?
    Cosa le sarebbe costato parlare, lasciare che un millesimo di quello che si portava dentro ogni giorno sfuggisse? Così lasciò che finisse la sua tirata e parlò, mentre la sentiva allontanarsi.*


    Io lo sento


    *Un sussurro, pari a poco più di un sospiro. Gli occhi socchiusi, la testa lievemente inclinata all’indietro come se parlasse con se stessa. L’angoscia percepibile nel risucchio di quella voce rauca, incapace si prendere fiato, incapace di lasciarsi andare*

    Lo sento urlare. Ogni volta che c’è silenzio.
    Urlare come quella notte, con tutto il fiato ancora nei polmoni, con il vento che si porta via il suo ultimo respiro.
    Lo vedo. In ogni specchio, non solo in quello al museo. Lo vedo ogni notte, ogni giorno appena apro gli occhi, quando cammino per la scuola e mi sembra di scorgerlo tra gli studenti. E mi guarda e mi sorride e ogni volta mi si lacera il cuore. Perché con lui vedo il sangue e i suoi occhi vitrei e i capelli sparati.
    Vedo un bambino. Un bambino che meritava di vivere molto più di quanto lo meriti io.



    *Sentiva un magone graffiarle la gola come un coltello, la mano dentata di quel mostro che le attanagliava l’anima senza lasciarle fiato. Si sentiva soffocare, la mente annebbiata, offuscata da quel dolore latente all’altezza del petto.
    Aprì gli occhi, puntandoli in quelli della giovane grifondoro. Il tono indurito da una convinzione agghiacciante*


    E cosa credi che mi dica la ragione?
    Dall’esatto momento in cui l’ho visto cadere, la ragione mi dice sempre la stessa cosa Quinn.
    Che era solo un passo. Prima che mi tirassero via da lì. Era solo un passo.
    Ti sfido a non perdere la ragione. Quando ti sembra così ragionevole pensare che la storia sarebbe dovuta finire così.



    *Quella sicurezza, la rigidità di quel tono che non sembrava perdere un colpo, tradiva più di ogni cosa da quanto tempo quel pensiero la tormentasse.
    Chiuse gli occhi, sospirando un’ennesima volta e scuotendo il capo come per liberare la mente.
    Si passò una mano sul viso e tornò ad osservare la ragazzina, quasi con rassegnazione.
    Con quel viso che di giovane e bello non aveva più nulla, che non aveva più la forza di guardare, piegato da una stanchezza che non aveva più la forza di sopportare.*


    Qualsiasi cosa ci siamo dette al museo o ci diremo ora Quinn, sono tutte stronzate. Potrei accusarti di codardia e tu potresti darmi dell’irragionevole ma non cambierebbe nulla lo stesso. Se sei venuta qui nella speranza di alleviare il tuo dolore o di trovare pace, un giorno, allora perdi le speranze. Perché qualsiasi cosa ti affligga Quinn, quel dolore è solo tuo. Nessuno ti capirà mai veramente, nessuno te lo porterà via. E va bene così.
    A volte stiamo male, altre volte peggio. A volte, invece, ci sembra quasi di vedere la luce. E va bene così.
    Cinque anni fa mio fratello, il mio migliore amico, la persona più importante della mia vita, è scivolato giù da un tetto, morendo sul colpo sotto ai miei occhi.
    Sto male. Non smetterò mai di stare male. E va bene così.
    Non dobbiamo stare bene. Non ci è dovuto. Non siamo tenuti a stare bene.



    @Eirwen_Quinn,




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