• Cosetto_Silverwing

    Corvonero Certificato

    Dormitorio: Corvonero
    Livello: 13
    Galeoni: 107217
       
       

    Duello tra Brian-Granger di Serpeverde e fernando1996 di Corvonero

    Luogo: La Guferia, in alto
    Numero di interventi: 6 [1 introduzione; 4 di incantesimi (2 a testa); 1 conclusivo]
    Primo post:Brian-Granger

    Eccoci qui ragazzi: finalmente si duella !

    Entrato in guferia per inviare un messagio e controllare la sua civetta, il Serpeverde Brian-Granger, trova il gufo di un altro studente in arrivo, trafelato e persino ferito. Sciolto il legaccio e presolo in braccio irrompe il legittimo proprietario: fernando1996, che nel ragazzo ha sempre visto un avversario e mai un amico.



    Sarà la volta buona per instaurare una vera amicizia, forse anche solo per provarci, oppure l'ennesima disfida? A voi la parola duellanti...E che possa vincere il migliore, forse... Wink

    P.S: è concesso l'uso di immagini

  • Brian_Oneill

    Serpeverde

    Dormitorio: Serpeverde
    Livello: 4
    Galeoni: 353
        Brian_Oneill
    Serpeverde
       
       

    Quella mattina il sole entrò dalla finestra incantata della sua stanza nei sotterranei. Il calore di quella luce finta sul viso mi svegliò. Aprii gli occhi a fatica e dopo mi rigirai nel lettone matrimoniale in cerca di qualcosa. Forse qualcuno. Frederick, cercavo lui. La sera prima alla festa eravamo stati benissimo, ma purtroppo lui doveva tornare in Egitto e così fece appena finì. Era partito da poche ore, l’avevo rivisto la sera prima, ma a me mancava. Mi sentivo vuoto senza di lui, e anche la stanza era vuota senza di lui. Niente a parte me era in vita. La furetta Eris aveva seguito il padrone in quel ammasso di sabbia storica che veniva impropriamente definito stato. Ovviamente non pensavo realmente questo dell’Egitto, anzi mi piace molto, ma portandomi via Fred aveva fatto un grosso sbaglio.
    Nella stanza aleggiava un forte odore di polvere e di aria chiusa. Io ovviamente non potevo farci niente visto che i sotterranei sono caratterizzati proprio da questo. Il lettone mi supplicava di tornare a dormirci sopra, ma non avevo voglia di stare li ad aspettare che il sonno mi rivenisse a trovare.
    Mi alzai e dirigendomi verso la finestra guardai fuori. Era rivoltante. Sapevo cosa voleva dire vivere in una grande bolla di bugie e purtroppo appena svegliato dovevo sorbirmene una. Chiusi la tapparella escludendo quel finto mondo che la camera mi presentava.

    *Ma una bella vista del lago?*

    Perché no? Infondo era bellissimo e vederlo come se fossimo all’acquario babbano sarebbe stato ancora più bello. Vedere la corrente che sbatteva sul vetro, i pesci e magari vedere un avvincino che cercava di entrare dalla finestra…

    *Ora capisco.*

    Avere una finestra che affaccia sul lago nero ha delle parti sgradevoli. Vedere due sirene che volteggiano in acqua potrebbe essere bello ma vederle mostrare i denti per aver sconfinato nella loro privaci sarebbe terrificante.



    O almeno per alcuni.
    La giornata si predisponeva ad essere noiosa, come la mattinata d’altronde. Mi sarei annoiato fatalmente, ma dopo tutto cosa bisognava aspettarsi dopo aver deciso di passare le vacanze a scuola?
    Mi vestii in modo apatico, senza pensare a cosa avrei potuto fare per migliorare quella giornata iniziata male. Uscii dalla mia stanza e mi ritrovai in sala comune. Vuota. Nessuno. Anche lì niente a parte me si muoveva o respirava. Perfino i quadri erano spariti, solo uno era rimasta nella sua cornice d’orata e sonnecchiava animatamente.
    Presi uno di quei libri sdolcinati dalla libreria antica fatta con un legno prezioso di qualche era preziosa e tutti gli altri onori che gli veniva riccamente dati ogni giorno, di cui a nessuno importa niente. Era una libreria? E allora a chi importa se è fatta di noce, di prugnolo o di mogano? L’importante è che contenga libri. Punto.
    Il libro aveva un titolo scialbo e visto che non avevo niente da fare mi sedetti sulla poltroncina con i piedi sul tavolino da the.
    Era un libro vecchissimo, poteva anche risalire all’epoca della nascita di Oxford per quanto gli importava. Era zeppo di paroloni e verbi coniugati in modi assurdi. La trama era noiosa: una donna scriveva lettere ad un uomo che però la disprezzava. Ne avevo le tasche piene così andai dritto alla fine: lei si uccise dopo aver ucciso l’uomo, perché era incinta dell’amico.

    *E morirono tutti felici e contenti.*

    Rimisi il libro al suo posto. Richiusi lo sportello antico fatto di vetro soffiato, con la chiave ricamata in oro dell’antica libreria. E mi diressi in camera. A metà strada mi accorsi che il libro si basava su lettere, simbolo da sempre di amore.
    Un incanto lumos mi illuminò il cervello.

    *Potrei scrivere una lettera a Fred!*

    Non avevo la minima idea di come si scrivesse una lettera d’amore, ma infondo cosa avrei potuto perdere? Il tempo non mi mancava. Raccolsi pergamena, piuma e calamaio. Ovviamente la piuma era autoinchiostrante, presa direttamente dal negozio mio e di Lalla. Inizia a parlare a raffica mentre vedevo la piuma che grattava affannosamente sulla pergamena ruvida. Le parole mi uscivano come fossero un getto di una fontana e la mia bocca fosse l’ugello. La pergamena era piena di parole che però lette più di una volta non avevano nessun senso. Erano solo parole dette al vento o a una piuma. E basta. Almeno mi sarei fatto un giretto per il cortile. Dovevo arrivare alla Guferia e un passo alla volta ci sarei riuscito. Presi la pergamena la arrotolai ed uscii dai sotterranei. Salii le scale grigie e fredde nonostante fuori facesse caldo. La porta della Sala Grande era spalancata e si vedevano distintamente i punteggi delle 4 case. La coppa invernale era andata male per loro, ma avrebbero recuperato vincendo la coppa del Quidditch. Le grandi clessidre appese al muro erano impressionanti, tutte quelle pietre semi preziose che simboleggiavano i punti donati dai professori.
    I topazi sovrastavano tutti gli altri a simboleggiare la vittoria dei Tassi.
    Guardando istintivamente chi c’era nella sala, mi rigirai e mi diressi verso la porta frontale a quella spalancata. Fuori, nel cortile di pietra c’era una luce fortissima. Una luce vera. Che non aveva niente a che fare con quella emessa dalle finestre dei sotterranei. A passo svelto mi diressi verso il ponte sospeso, sperando di arrivare il prima possibile alla Guferia. Dagli archi di legno del ponte, si intravedeva. Era alta, posta esattamente sul punto più elevato della collina. Era forata e da lì si vedeva un fermento di piume e ali. C’erano gufi che volavano, che entravano e uscivano e altri che si appollaiavano sul tetto di quella torre, se così si poteva chiamare. Il ponte traballava sotto i miei passi. Ma era normale. Alto moltissimi metri ed sorretto solo da poche travi di legno, terrorizzava molti e divertiva altri. Era interminabile, si poteva dire che era lungo quanto era alto. Un fresco venticello mi scombinava i capelli, facendomi venire quasi freddo in quella stagione estiva. Sguardo dritto, senza mai guardare giù, riuscii a superare quel ponte. Ormai dovevo solo risalire la collina. Non so perché avevo tanta fretta di spedire quella lettera, però volevo far sentire a Fred che io ci tenevo a lui. Che mi mancava e che in ogni caso sarei stato affianco a lui. Volevo fargli sentire quanto lui era importante per me.
    L’ombra dei gufi mi copriva dal sole. Alcuni volteggiavano senza scopo, altri cercavano cibo. Le loro ombre venivano proiettate con precisione sul terreno e si deformavano quando era scosceso o quando volando, le ombre entrava in collisione con alberi, massi o con il mio corpo, creando deformazioni che le facevano sembrare di creature inesistenti. Si creavano giochi di luce con le fronde degli alberi che mosse dal vento facevano sembrare il terreno il pavimento di una discoteca illuminata da una sfera specchiata.
    Entrando nella guferia l’aria si sentì immediatamente più fresca, ma aleggiava l’odore tipico dei posti pieni di animali. Sul pavimento c’erano piume sparse ovunque, quasi a formare un morbido tappeto. Affianco all’arcata che delimitava l’entrata si estendeva una scalinata che saliva affiancata al muro. Portava al piano superiore. Il gufo che avrebbe potuto portare il mio messaggio si trovava al piano più alto, mi serviva un gufo che potesse superare la frontiera e solo gufi specializzati potevano farlo. Salii le scale, che potevano essere definite a chiocciola visto che le mura erano circolari. Un respiro di sollievo mi uscì dalle labbra quando le ebbi finite di salire tutte. Mi guardai intorno in cerca di qualcosa che mi facesse riconoscere quel posto. Era da tanto che non salivo li sopra e la vista di cui si potevo godere era spettacolare. Dalle finestrelle aperte si riusciva a vedere tutto il lago nero, il castello nella sua magnificenza. Lo spettacolo era mozzafiato. Un fresco venticello lo invase nuovamente. Da quel altezza si poteva godere di una temperatura piacevole d’estate mentre l’inverno, bisognava attrezzarsi con guanti e cappello per evitare di congelarsi dal freddo.
    Mi avvicinai all’apertura più vicina, cercando di godere il più possibile di quello spettacolo.
    Posai la mano sullo spigolo del muro, quando un gufo entrò difficoltosamente. Vedendolo venirmi addosso indietreggiai ed inciampai finendo a terra.
    Il gufo in questione era ridotto veramente in modo pessimo. Non smetteva più di sbattere le ali e fare versacci, innervosendo anche le altre bestie, che iniziarono a rumoreggiare a loro volta. Aveva le piume strappate e sul pavimento, non riusciva a mantenersi in piedi, cadde più volte e con sempre più fragore batteva le ali inutilmente. Era entrato in picchiata, come se qualcosa lo avesse attaccato in volo, impedendogli di fare “manovra”. Mi alzai e timoroso mi affacciai per vedere cosa o chi possa essere stato. Il cielo era vuoto, nemmeno un falco o un’aquila, nulla. Era strano. Solo allora mi accorsi che il pennuto aveva una pergamena attaccata alla zampa. Istintivamente mi protrassi per prenderla, non pensando che forse non era mio diritto leggerla. Il gufo però si muoveva troppo e non riuscivo a sfilargliela. Inoltre appena mi avvicinavo starnazzava e si dimenava. Stanco di giocare ad acchiapparello, lo afferrai e tenendolo stretto con un braccio, con l’altra mano gli sfilavo il foglietto. Stranamente si calmò e non opponendo più resistenza, smisi di stringere, ma anzi lo presi fra le braccia come se fosse un bambino.
    Come avevo notato, aveva perso molte piume ed aveva la parte posteriore del corpo, quasi completamente denudata. Con la pergamena fra le mani stavo valutando la possibilità di leggere il biglietto. Forse c’era scritto il nome del proprietario ed avrei potuto avvertirlo. Forse però era meglio lasciare l’animale là e sbrigarsela da solo.
    Ero indeciso, però in ognuno dei due casi valeva la pena leggere cosa c’era scritto sulla pergamena, resa misteriosa dall’accaduto.


    fernando1996, Cosetto,
    Perdonate il ritardo, ma l'ultima settimana l'ho passata al mare e non avevo internet. :oops:


  • Fernando_Cipriano

    Corvonero

    Dormitorio: Corvonero
    Livello: 8
    Galeoni: 659
       
       

    Quel giorno si poteva definire molto strano. Con l'estate era arrivata un'ondata di attività che mai avevo conosciuto.
    Molto strano anche che con il fatto degli allenamenti pre-partita avrei dovuto stancarmi facilmente rispetto al solito, ma invece in me la stanchezza aveva ritrovato una reazione contraria. Raggiante come il sole che quel giorno splendeva in cielo richiusi dietro di me la porta del negozio e con Lavinia ci dirigemmo verso il castello.
    Ultimamente c'era qualcos'altro dietro che mi rendeva così felice. Evidentemente il recente incontro che avevo avuto con Monique nel fine settimana mi aveva particolarmente scosso, in senso buono naturalmente. L'assenza della ragazza era direttamente proporzionale all'accrescere della mia voglia di averla al fianco in quel momento.

    *Sei sparita... Ma tornerai, lo so!*

    Quel pensiero mi fece sorridere, per l'ennesima volta in quella giornata.
    Solo la sera prima avevo scritto una lettera da inviare alla serpina, che quell'anno aveva concluso gli studi; come avrei vissuto un altro anno nel castello? Come ci saremmo visti? Quello rimaneva un mistero, tuttavia avrei tirato avanti. Forse l'assenza di Monique mi avrebbe aiutato in modo maggiore in uno studio prolisso e proficuo. Quell'anno, non dovevo dimenticarlo, avrei affrontato i M.A.G.O e forse, dopo Monique, era il mio secondo chiodo fisso. Mi ero sempre definito un secchione, un secchione affascinante. Odiavo però come le persone interpretavano quel termine. Io non me ne stavo 24 ore su 24 sui libri a sbatterci la testa, no, un'ora e via...
    Inoltre non ero un tipo molto paziente, lo si sa, anche Lalla a volte me lo faceva notare, ma così com'ero mi piacevo, tremendamente.
    Il mio essere narcisista era bello. Ero bello su bello, anche convinto. Forse queste mie caratteristiche non avevano mai trovato eco nei corridoi del castello, ma dipendeva dall'occasione. Erano quelle sensazioni, quei sentimenti, che venivano fuori insieme ad altre emozioni ancora più forti, come rabbia ed eccitazione. E pensare che di li a 30 minuti quelle mie emozioni sarebbero scaturite dal mio essere, dopo tanto tempo.
    Mentre camminavo sentivo qualcuno che mi parlava, come un ronzio, come una mosca che disturbava i miei limpidi pensieri rilassanti e sognatori: mi ero quasi dimenticato della presenza di Lavinia.

    Fè... Fè...

    Quando mi voltai verso la mia socia, nonché una delle mie migliori amiche, mi ritrovai di fronte ad una mano che oscillava verso destra e sinistra, come per farmi risvegliare da quel sonno ad occhi aperti. La ragazza era sconcertata, con le sopracciglia inarcate, e mi guardava dritto nelle pupille, come se vi fosse qualcosa dentro e stesse cercando di capire cosa fosse.

    Lavinia...

    La ragazza mantenne sempre quell'espressione sconcertata, come se il suo interlocutore fosse impazzito.
    Odiavo essere fissato in quel modo, mi sentivo mancare di qualcosa.
    Quando parlai di nuovo avevo la solita espressione del Fernando di sempre, se non infastidito.

    La smetti di fissarmi in quel modo... Mi fai sentire stupido, sai?

    La ragazza scosse leggermente la testa, come se la situazione si fosse capovolta e si mise a ridere, canzonandomi.
    Ormai ero abituato a tali atteggiamenti con i miei compagni di Casa; vivevo in mezzo alle donne: Lavinia, Lalla, Sharon, Serena, MaryAnne, Chanel, e se venivo preso in giro non me la prendevo più di tanto anche perché le vedevo come delle sorelle. Loro, poi, volevano il mio bene e qualche marachella nei miei confronti ci stava pure, anzi, io ridevo con loro.

    E' da almeno dieci minuti che ti sto chiamando... Però tu eri... particolarmente in sovrappensiero... Chi è la fortunata?

    E cominciò a tirarmi gomitate leggere sul braccio. Dopo un po mi girai di scatto e in quel momento parve passare una nuvola che coprì il sole, facendo respirare un'aria già più umida, ma evidentemente era solo la mia impressione, visto che gettai un'occhiata in su ed era tutto apposto.
    Fulminai con gli occhi la mia amica, come per preavvisarla che non avrebbe dovuto farlo e gli diedi un assaggio della ramanzina che si stava per beccare.

    Lavinia, oggi non è una bella giornata per me, per cui lasciami in pace! Io non vengo in Sala Grande, passo per la Guferia, devo... sbrigare una cosa! A dopo...

    E senza darle modo di rispondere girai i tacchi e mi diressi verso una piccola torre che si poteva scorgere anche dalle scale del ponte sospeso, se non fosse per una di quelle grandi pietre che circondavano il breve spiazzo prima del pendio.
    Improvvisamente fu come buio nella mia testa. Il sole che brillava dentro e fuori me fu privato dell'energia necessaria per continuare a brillare, e di botto si spense. Le nuvole si impadronirono della mia mente e fu come buio.
    Ero lunatico? Fatto sta che in quel momento non volevo avere nessuno fra i piedi.

    *Si salvi chi può...*

    A passo svelto mi dirigevo verso la Guferia, che pian piano si faceva sempre più nitida, notando con la coda dell'occhio il lago, e fu come intravedere uno spiraglio di luce che batteva su di esso, ma quando feci per voltarmi, niente di ciò che avevo intravisto era presente.
    Possibile che Lavinia era riuscita a rovinarmi la giornata semplicemente stuzzicandomi?! Impossibile... Era ben altro il motivo.
    Era per caso che il pensiero di Monique mi faceva innervosire? Probabilmente si.
    Mentre arrivai ai piedi della modesta torre, mi ritrovai davanti ad edere incolte che percorrevano da ormai anni quel muro circolare, ed erano arrivate a tal punto da ricoprirlo quasi interamente.
    E mentre attraversavo il prato verde lime, ben selciato, arrivando ai piedi della scaletta di pietra mi ricordai di aver scritto a mia madre qualche giorno prima, ma quel pensiero mi fu estraneo in quel momento. Avevo ben altro per la testa.
    La porticina di legno sbatteva ripetutamente contro il muro, socchiusa, scostata dal vento caldo che si era alzato in quegli ultimi minuti.
    Dall'ingresso arrivavano grosse ondate di puzza di escrementi, miste a mangime per volatili. Qualche piuma fuoriusciva dallo stretto divario che c'era tra un mattone e l'altro. I mattoni grigi e neri erano invecchiati e percorsi alla base da piccole quantità di muschio, nero, ormai seccato ed invecchiato.
    Spinsi la porta indietro con un tonfo, illuminando ulteriormente la Guferia, poiché dotata di piccole finestrelle ovunque, per le uscite e le entrate dei gufi. Gli occhi per un momento si socchiusero, come per prepararsi alla luminosità eccessiva che regnava su quella stanza, lugubre e sporca.
    I gufi che sonnecchiavano spalancarono gli occhi, grandi come palle da tennis, e mi scrutarono, senza batter ciglio, con il becco curvo e robusto, minacciosi e non: in bilico; altri gufi, invece, volavano da una parte all'altra della torre circolare, appollaiandosi su tane altrui.
    Camminai incerto, in avanti, sempre con fare deciso, sollevando gli occhi in su, senza notare la benché minima presenza di studenti.



    *Tanto meglio... Non voglio persone che mi gironzolano intorno quest'oggi...*

    Cominciai a salire le scalette a spirale, che accompagnavano il muro, con passo felpato, ma allo stesso tempo veloce; l'espressione dura, gli occhi che non trasmettevano alcun sentimento.
    Incredibile come una giornata passi da splendida ad infernale.
    Io però ero incredibile, e ciò era, dunque, possibile!
    Giunto al primo pianerottolo, circolare come il perimetro della Guferia, notai solo in quel momento la presenza di qualcuno, ma quel qualcuno era nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, e stava facendo qualcosa di assolutamente sbagliato, e per tal motivo dovevo punirlo.
    Era un ragazzino biondo, poco più basso di lui, Serpeverde (già l'appartenenza a quella casata avrebbe dovuto parlare da sè), e poi, era un viso che a primo impatto non conoscevo, ma poi rimembrai subito chi era la famosa entità: Chris O'Neil, nonché socio della mia cara amica Lalla Mueller, terzo anno, proprietario del negozio di scherzi "Filiale Tiri Vispi Weasley"; l'avevo anche incontrato al Summer Party, in compagnia del professore di Alchimia Frederick Nott, intento a sbaciucchiarsi, anche se da tempo cominciavo a sospettare che sotto vi era una raccomandazione camuffata da passionalità.
    Reggeva in mano un biglietto, una pergamena, ben arrotolata, esattamente dove qualche giorno prima avevo visto volare via il gufo con il biglietto per mia madre. Il colore della pergamena era inconfodibile, di una colorazione più chiara rispetto alle solite pergamene (era da un po di tempo che mia madre utilizzava i fogli di carta di cui, di consueto, ne facevano uso i Babbani).
    Lo squadrai, con il muso impietrito, la bacchetta di agrifoglio alla mano, la mia fedele compagna.
    Il solito senso di calore che mi attraversava il braccio prima di un attacco non si assentò nemmeno in quel momento. Ma non volevo passare per un codardo, per un vigliacco: il Serpeverde era lui, non io. Quando parlai fu con voce fredda, esattamente come ci si spetta parli qualcuno che ha la testa su di giri, senza clemenza.

    Solo perché vivi sotto la gonna del caro Freddy non sei autorizzato a mettere le tue sudicie mani sulla roba altrui! Everte Statim!

    Citazione:
    EVERTE STATIM
    Descrizione: come effetto ha quello di scaraventar via l'avversario in modo fulmineo
    Tipo: incantesimo offensivo
    Durata: istantanea
    Consigliato: per mettere al tappeto un nemico e stordirlo
    Avvertenze: //
    Livello Richiesto: 1


    Eravamo abbastanza vicini, e sapevo che di li a poco sarebbe successo un putiferio. Guardai il lampo di luce giallastra volare da un'estremità all'altra della stanza, e una seconda scossa, lievemente più decisa della precedente all'attacco, mi attraversò una seconda volta l'arto. Curvai le labbra in su, e con la coda dell'occhio ebbi la frazione di un secondo per gettare un'ultima occhiata a quello che stava accadendo nella torre: centinaia di gufi in volo, stridenti, in picchiata verso le due figure animate dissimili dalla loro specie in tutta la stanza.

    *Giù!!!*

    Fu l'unica cosa che riuscii a pensare; poi le palpebre mi coprirono le pupille, in prossimità della caduta: sentii il pavimento sotto le ginocchia, poco duro, poiché coperto da un letto di piume variopinte dii colore nero, marrone e bianco.
    I gomiti strisciarono lievemente contro la breccia accumulata sul pavimento, che formava degli spiazzi qua e la; poi succedette una sensazione di bruciore su tutta la parte superiore del corpo, ma non mi azzardai a controllare, almeno non lo avrei fatto finché non avrei sentito un tonfo sordo o qualche muro che andasse in frantumi in mezzo al trambusto degli uccelli.

    *Chi la fa l'aspetti...*

    Avevo sempre cercato un movente per scontrarmi con quel ragazzino ed ecco la palla al balzo, che certamente avrei sfruttato bene: potevo dire che era un goal sicuro!



    Brian-Granger, Cosetto, serpeverde


  • Brian_Oneill

    Serpeverde

    Dormitorio: Serpeverde
    Livello: 4
    Galeoni: 353
        Brian_Oneill
    Serpeverde
       
       

    Sapere cosa conteneva quel foglio di pergamena poteva essere importante per sapere a chi apparteneva quel gufo. Il foglio era piccolo ed aveva una colorazione particolare. Era chiaro. Quasi sicuramente era un foglio babbano. Il gufo che avevo tra le braccia, si alzò e a piccoli salti andò a collocarsi nel suo stretto cunicolo. Lo osservai in modo accigliato. Era una creatura molto strana. Nonostante fosse ferito rispettò i suoi doveri e consegnò il messaggio, anche se non alla persona giusta, per poi tornare al suo posto, silenzioso ed ubbidiente. Dopo essermi assicurato che tornasse sano e salvo in quello che poteva essere definito il “nido”, mi accinsi ad srotolare la pergamena. Non mi importava affatto il contenuto. Ma forse se il gufo che lo aveva portato era stato intercettato, o aggredito, voleva dire che il contenuto era bollente. Improvvisamente uno strano calore mi esplose dentro. L’adrenalina. Che bella sensazione! Fare qualcosa di moralmente scorretto che forse avrebbe rivelato un enorme segreto o un sapere dalla pericolosità immensa, o una semplice ricetta di cucina. Quello che mi eccitava non era la pericolosità o l’importanza delle parole scritte in inchiostro di calamaio lì sopra. Ma la suspense e il mistero che veleggiavano intorno a quel misero pezzo di carta, mi facevano sentire indescrivibilmente curioso. Mi approcciai ad aprirlo cingendolo tra le mie mani. Tutt’intorno c’era solo il silenzio e nulla più. Un lieve venticello entrava dalla finestra passandomi tra i capelli biondi. Ero pronto. Tutto era fermo ad aspettare la mia mossa. Il mio cervello era spento ad aspettare che le mie mani srotolassero quel minuscolo pezzo di carta.
    Una voce. Solo una voce. Dalle scale udii una voce il significato delle parole però mi sfuggì essendo impegnato a contemplare le mie mosse. Alzai lo sguardo e vidi un bel ragazzo. Precisamente il nome era Fernando. Una volta sola l’aveva incontrato. A l’inaugurazione del suo negozio. Quel viso mi fece ricordare una singola scena. Lui chino su di me, sdraiato sul pavimento del mio negozio con il naso rotto. Era stato lui a rimetterlo insieme. E nella mia mente affiorò anche l’idea che non lo avevo ringraziato per averlo fatto. La sua espressione però era diversa da allora. Non diffondeva preoccupazione e ne solidarietà. Aveva un viso contorto. Contorto dalla rabbia. Rabbia? Non aveva motivo per essere in collera. O almeno non con me. Ma forse mi sbagliavo. La sua espressione corrucciata mi guardava con disprezzo. Il che mi spaventava. Odiavo sentire quello sguardo su di me. Era orribile e mi faceva sentire in colpa. Era identico allo sguardo che mia madre mi rivolgeva. Pieno di disprezzo e odio e rabbia. Rabbia per qualcosa che non aveva fatto. O che almeno non era colpa mia. Quei pensieri, quei ricordi mi fecero indebolire le ginocchia. Erano deboli. E non riuscivano più a sostenere il mio peso. I miei occhi puntati verso il ragazzo. Però non guardavano lui ma il vuoto. Il vuoto della mia vita. Il vuoto che mia madre non ha mai voluto riempire. Il vuoto che creava un enorme canyon nel mio cuore, in cui Fred era l’unica montagna. L’unica che si prostrava verso l’alto. Pronta a riempire tutto ciò che mancava. Ma come poteva? Come poteva riempire un vuoto tanto vasto. Come poteva proteggerlo dalla crudeltà di quello sguardo. Che nella sua vita l’aveva sempre perseguitato. Disprezzo. Era quello che la gente mostrava sul viso quando passavo. Disprezzo. Era quello che mia madre mi rivolgeva tornando a casa. Disprezzo. Era quello che i ragazzi usavano per ferirmi e addolorarmi dentro. Eccolo. Quello sguardo, posto esattamente davanti a me. Sul viso di un bel ragazzo che forse sarebbe potuto anche diventare un mio amico, invece no. I miei occhi si intristirono e guardando quelli di Fernando si chiesero il perché. Il motivo di quel espressione. Così dura. Così innaturale. Così crudele.
    Il braccio del Corvonero era prolungato dalla sua bacchetta. Sperai con il cuore che non stesse facendo quello che pensavo, e invece…
    Il suo braccio scattò in avanti deciso e da quella bacchetta di agrifoglio una luce giallastra sbucò dalla punta. Inarrestabile come una bomba si avvicinò a me. Impietrito. Sull’orlo del pianto, vidi quella sfera luminosa volteggiare a mezz’aria per avvicinarsi con sempre più violenza verso di me. Verso il mio stomaco. Verso la mia dignità da sempre oggetto di scherzi e sofferenze.
    Calore.
    Un calore immenso mi colpì al ventre. Mi sentii leggero e pieno di vita e… in pericolo.
    Quella sfera luminosa, mi colpì e nel farlo mi sollevò da terra. I miei piedi cercavano appiglio e senza risultato veniva sobbalzati in aria. Non sapevo cosa fare e niente potevo fare. Il mio corpo era bloccato. Il mio cervello era scollegato al reso del corpo e nulla potevo. Sentii solo le mie gambe alzarsi e il mio busto piegarsi in capriole senza fine. Le mie braccia sobbalzate da una parte all’altra, seguivano il mio corpo con movimenti sinuosi. Sembravano onde, che riflettevano e riproducevano esattamente lo spostamento che il sasso aveva indotto sull’acqua. Ovviamente in questo caso io ero l’acqua e l’incanto era il sasso.
    Il vorticare sembrava infinito, ma non lo era. La guferia aveva un’area piccola e quindi anche un perimetro ristretto. Questo significava che presto il mio corpo si sarebbe scontrato con i mattoni che formavano quello squallido e puzzolente luogo. La testa mi doleva e il sangue che saliva e scendeva mi dava l’impressione di morire in un buco nero. Nel mio selvaggio volo verso la morte, mi dovetti scontrare con dei corpi. Non riuscii a riconoscerli, ma dai suoi acuti e confusionari e dalle macchie grigie e marroni che i miei occhi riuscivano a percepire nel movimento, pensai che fossero i gufi. Spaventati e paurosi. Gli artigli mi graffiavano e le ali mi colpivano. Ma tutto era sfocato e ovattato da quel pazzo vorticare. Un giro della morte che avrei preferito non ripetere mai più.

    Aho…"

    Il dolore. Il dolore allucinante mi colpì. L’impatto con il muro. L’unica cosa che riuscii a dire fu un lamento. Il lamento dell’aria che ti manca quando urti contro un muro. Nient’altro. Fu tutto un flash. Gufi, piume, ali, artigli, aria, corpo, muro. Questo è tutto quello che la mia mente riuscì a produrre in quel attimo. L’urto contro il muro non fu fatale. Il mio braccio destro si infilo tra il muro e la cassa toracica evitandomi morte certa, ma procurandomi tanto dolore. Un dolore insostenibile. Talmente acuto che porterebbe morte. Disteso sul pavimento, avevo la faccia tra le piume. Mi sarebbe piaciuto afferrarmi il braccio e strapparmelo per far finire il dolore. Ma non riuscivo a muovermi. In realtà non sapevo muovermi. Non sapevo dove fosse il mio braccio sinistro. E non sapevo se avessi ancora attaccata la mia gamba.

    *Dov’è la mia gamba?*

    Dov’era? Ah! Bella domanda. Dov’era? Dov’era la mia gamba? Dov’era il mio orecchio? Dov’era il mio orgoglio? Dove?
    Però sapevo dove fosse la mia paura. L’avevo nel cuore. Ben ancorata e fissata. Mai l’avrei persa e mai me l’avrebbero potuta togliere.
    Mi mossi. Ma quello non poteva essere definito un movimento. Era più uno spasmo. Riuscii a sdraiarmi e fissando in alto, vidi travi. Tante travi su cui erano appollaiati i gufi. Alcuni volavano ancora in cerca di un posto dove stare. Dove rifugiarsi. E io? Dove avrei potuto rifugiarmi? Come avrei potuto rifugiarmi dalle persone? Da coloro che mi avrebbero sempre odiato? Da coloro che continuamente mi guardavano come se fossi malato? E che non si avvicinavano per paura di essere contagiati. Come potevo difendermi da qualcuno che mi lanciava contro un muro, così, per puro rancore. Ero stufo di questo. Di avere paura che qualcuno un giorno si svegliasse e mi bombardasse di incantesimi a raffica, per farmi soffrire. No, ero stanco di questo.
    La mia bacchetta, riposta amabilmente nella mia tasca espansa in modo irriconoscibile. La bacchetta donatami da Amelia. Materiale? Sconosciuto. Anima? Sconosciuta. La bacchetta dell’ignoto. Che non si rivelava… mai.
    Tasca destra, mano sinistra. Tremante cercai di mettere quella mano in uno spazio talmente grande da contenere un elefante, ma al tempo stesso talmente piccolo da essere una tasca di un jeans. L’urto mi aveva scombussolato il cervello, le interiora e l’anima. Chi mi avrebbe dato la forza di prendere una bacchetta dispersa in un spazio enorme? Chi mi avrebbe dato la forza di cercarla, prenderla e usarla contro qualcuno di cui non sapevo nemmeno reggere lo sguardo?
    Chi mi avrebbe dato la forza di combattere con il braccio principale fuori uso?
    Io.
    Io.
    Io.
    Io avrei cercato abbastanza forza da compiere tutti e tre i fatti e da uscire vittorioso da quel ignobile scontro.
    Smisi di guardare i gufi polleggiare sulle travi e decisi di guardare il viso malformato dall’odio di chi mi aveva incantato.
    Mi rigirai e tenendo la mano sinistra tesa sul pavimento riuscì a darmi forza e a mettermi inginocchio. I capelli biondo sporchi e pieni di piume. Gli occhi azzurri vuoti e colmi di insensibilità al dolore a cui spesso aveva dovuto resistere.
    Basta.
    Il dolce e amabile Chris si era perso tra le capriole nell’aria. Ora ce n’era un altro. Uno vuoto. Senza emozioni e soprattutto Serpeverde!
    Cosa aveva detto il caro amico prima di decidere di lanciarmi in aria? Ah si.

    "Solo perché vivi sotto la gonna del caro Freddy non sei autorizzato a mettere le tue sudice mani sulla roba altrui! Everte Statim!"

    Una risata gelida come le acque del mio fiume preferito si impossessò di me. IO sotto la gonna di chi? Oh no! Bisognava spiegare al caro signorino Cipriano chi è che porta la gonna in questa coppia! E quello sono io.
    Riuscii ad alzarmi con non pochi problemi. Ora ero in piedi. Faccia contro faccia. Occhi chiari contro occhi scuri. Acqua contro Aria. Da quelle poche trasmissioni televisive che mia madre mi permetteva di vedere, mi ricordo una cosa particolare. I serpenti si cibano dei pennuti.

    Caro… ti sei messo contro la persona sbagliata!"

    Le mie mani vuote. Vuote? Dov’è il bigliettino? Un attimo: “non sei autorizzato a mettere le tue sudice mani sulla roba altrui!”

    *Ecco spiegato di chi è il padrone del gufo. E ciò vuol dire che io il mio dovere l’ho fatto. La pergamena mi dev’essere caduta mentre volteggiavo. Ora però basta fare il bravo cittadino.*

    Ero ancora disarmato e questo era un problema. Ormai era assodato che era impossibile trovare la bacchetta con facilità in quella tasca.
    I gufi però avevano lasciato un segno. I loro artigli mi avevano riempito di graffi e mi avevano lacerato i vestiti. Precisamente notai che sulla tasca destra c’era uno strappo. Era sottile, ma era comunque uno strappo.

    Ora non avrai più scampo!

    Con la mano sinistra, presi il foro che i pennuti avevano creato e con più forza che potei utilizzare strappai il tessuto sintetico. Un rumore sordo riempì la stanza e l’eco si protrasse per tutta la guferia. La tasca aveva un foro enorme. Nella mano sinistra cingevo il pezzo di stoffa strappato con violenza. L’incantesimo di Estensione Irriconoscibile venne a mancare e dalla tasca ormai formata da pochi brandelli di tessuto, caddero gli oggetti che essa conteneva.
    Il pavimento impiumato si riempì di cianfrusaglie. Fazzoletti, bottiglie d’acqua, libri, pergamene, piume, inchiostro, c’era di tutto. Ma la vidi. Lì. Sotto l’angolo del mantello, affiancata da un paio di libri e posta sopra i compiti di Alchimia. Il casino che si venne a formare era indescrivibile. Quella tasca era il disordine in persona. Ma avevo altro di cui preoccuparmi. Alla mia roba ci avrei pensato successivamente. Ora era il momento di schiacciare il Corvonero che impassibile osservava le mie mosse.
    Mi chinai e spostando il mantello della divisa, afferrai la mia bacchetta. 13 pollici e 3/4 , abbastanza rigida.
    Era decisamente troppo lunga per me, ma dopo tutto l’aveva fabbricata la mia bisnonna, appositamente per me. Quindi era perfetta. Il manico scomodo, non riusciva ad adattarsi alla mia mano sinistra, avendo preso la forma di quella destra. Mi sarebbe piaciuto usare la mia mano principale, ma come? La spalla mi doleva e probabilmente il mio braccio era rotto. Non aveva importanza. L’importante era che ora avevo la mi bacchetta, non ero più disarmato. E gliel’avrei fatta pagare.

    "Forza! Ora sono armato e pronto a combattere. Sappi che la tua mossa è stata molto sleale, e per pura cronaca, le mie sudice mani non sarebbero mai intervenute se tu ti sapessi tenere le tue cose a dovere!"

    La rabbia cresceva sempre più in me. Non sapevo più controllarmi. Doveva pagare. Doveva sapere cosa significasse avere quello sguardo puntato addosso. Doveva… anzi, non doveva più farlo. Non doveva più avere la possibilità di guardarmi in quel modo. Non doveva più avere possibilità di vedere!

    Io non sono sotto la gonna di nessuno e nessuno ha il diritto di guardarmi con quello sguardo!

    La mia bacchetta scattò verso di lui, ad indicare i suoi occhi e il suo viso corrucciato dal quel disprezzo che mai più avrebbe potuto infondere attraverso i suoi bei occhi scuri. Improvvisamente mi calmai. Ero sicuro che mi sarei vendicato e avrei fatto giustizia. Con voce melliflua e stranamente calma chiesi:

    "Sei pronto a pagare?... Orbis!"

    Citazione:
    ORBIS
    Descrizione: crea un vortice di luce molto potente
    Tipo: incantesimo offensivo
    Durata: istantanea (+ vista offuscata per 1 turno)
    Consigliato: per accecare l’avversario, impedendogli di lanciare con precisione degli incantesimi, e per procurargli anche lievi ferite
    Avvertenze: //
    Livello Richiesto: 2


    L’ultimo grido. L’ultimo suono che aleggio in quel porcile di volatili. Il mio braccio sinistro scattò in un cerchio in senso orario. Sorvolando la mia testa la bacchetta dallo strano colore grigio-azzurrino venne puntata con violenza verso il centro del viso del caro Don Giovanni. Ci fu un secondo di silenzio e di immobilità. Fin quando dal centro della stanza come se fosse un buco nero, un vortice luminoso iniziò a crescere. Era minuscolo, ma ogni secondo che passava diventava sempre più grande e potente. La mia bacchetta ancora puntata, mentre quel vortice di luce abbagliante iniziò a formarsi come se stessimo assistendo alla nascita di un mini tornado dal colore giallo abbagliante. Il vorticare di quella luce seguiva il senso orario che il mio braccio le aveva imposto.
    Raggi luminosi inondavano tutta la stanza ed io come penso anche lui, iniziai a socchiudere gli occhi perché quella potenza era inaudita. L’aria venne spostata dal vortice dall’interno all’esterno, Faticavo a stare in piedi e riuscii a percepire che i fogli e i vestiti che erano nella mia tasca, venivano spazzati via dal vento. La polvere venne alzata, ma a rendere la cosa più difficoltosa furono le piume, che dal terreno iniziarono ad alzarsi e a volteggiare nell’aria seguendo il ritmo del vortice luminoso. I gufi starnazzavano e una confusione enorme si impossessò di quel luogo. Dovetti chiudere gli occhi perché la luce era troppo forte, ma coprendomi il viso con le braccia riuscii comunque a sentire il vento e le piume che mi sovrastavano. La polvere che si insinuava tra i miei lineamenti del viso. Era troppo forte. Quel tornado era fuori controllo e io non sapevo più cosa fare. Il vento mi sollevò da terra e mi scaraventò sul pavimento. I miei occhi chiusi riuscivano comunque a percepire quel movimento luminoso che andava sempre più crescendo. La paura si impossesso nuovamente di me. Cosa fare? Nulla.
    Lì, rannicchiato sul pavimento, sferzato da polvere, vento e piume. Impassibile di fronte alla potenza che quel vortice sfoggiava.
    Mugolii mi uscirono dalla bocca, sentendo il vento crescere e la luce irradiare i nostri corpi. Non c’era più niente da fare. Assolutamente niente. Bisognava solo aspettare che la fattura perdesse potere e piano si spegnesse. Oppure che qualcuno intervenisse.



    Mea culpa :oops:
    excusez-moi
    Cosetto, fernando1996


  • Fernando_Cipriano

    Corvonero

    Dormitorio: Corvonero
    Livello: 8
    Galeoni: 659
       
       

    Un tonfo sordo, poi uno più violento, infine il silenzio...
    Ero disteso a terra, come per difendermi da ciò che sapevo sarebbe successo. Lo avevo colpito? Nemmeno la presenza del Serpeverde si sentiva più. Per un secondo temeva di aver mandato giù mezzo muro della Guferia, dato molto probabile viste le condizioni precarie.
    Lo svolazzare dei gufi, alternato a momenti di tranquillità. Sentivo granelli di polvere cadere delicatamente sui miei capelli arruffati, come gocce d'acqua, solleticandomi appena il cuoio capelluto: era una sensazione estremamente fastidiosa, mi faceva sentire sporco, ma dopo quel che era successo, buttandosi a terra, non potevo di certo definirmi pulito. Solo il pensiero di stare accasciato su migliaia escrementi di uccello mi fece rabbrividire, facendomi accorgere nuovamente di quell'odore acre, fastidioso, che rendeva l'aria quasi irrespirabile.
    Cominciai ad aprire gli occhi, lentamente, piano lasciando che questi riprendessero coscienza del posto in cui stavo.
    Ma per un momento tutto mi parve diverso, come se mi ero volatilizzato da qualche altra parte nel mondo. Sembrava di essere in paradiso: una raggio di luce abbagliante mi illuminava il viso, rendendo tutto ciò che vi era intorno dello stesso colore. Richiusi gli occhi, voltai il capo e li riaprii, notando solo in quel momento la finestra frontale, da cui il sole guardava all'interno della bassa torre. Anche lui era venuto a vederci. Allora era fortunato, perché da quel momento in poi sarebbero volati lampi di luce da tutte le parti. In fondo mi dispiaceva però, era solo uno stupido ragazzino, però quella convinzione che aveva addosso mi dava sui nervi, e quando una cosa non mi andava bene non ci perdevo niente a dimostrarmi più esplicito che mai.
    Ancora a terra, guardai a destra e a sinistra, negli angoli più remoti, dove la luminosità non arrivava.
    Poi, una sagoma distesa a terra, era lui: lo riconobbi dai capelli biondini.
    Immobile, incapace di muoversi, la faccia immersa sopra un mucchio di piume, e i vestiti logori, probabilmente opera degli uccelli spaventati, che istintivamente avevano cercato di difendersi.
    Speravo che quella botta gli fosse stata di lezione, in modo che quello scontro si sarebbe concluso lì, e non fosse andato oltre: insomma Chris non aveva molte probabilità di riuscita contro di me. Era solo del terzo anno! Come diavolo pretendeva di vincere contro di me, l'avrei ridotto ad uno straccio. Era fin troppo clemente. Però lui non si sarebbe mai tirato indietro: l'orgoglio in quel momento era dittatore,ed era così che lui voleva che fosse. In situazioni del genere ci voleva spirito, perché un uomo senza il giusto spirito era destinato a perdere, era inevitabile.

    *Chris O'Neil, spero che imparerai da questo incontro...*

    Piano, molto piano, mi rialzai da terra, notando piume e polvere attaccarsi ai miei vestiti; mi diedi una passata anche sui vestiti, pulendoli come meglio potevo.
    Nonostante tutto ero tranquillo; non gli offrii il mio aiuto, si sarebbe rialzato da solo e sarebbe venuto da me a chiedere scusa, e se non lo avrebbe fatto?! Allora io avrei continuato; ancora non era troppo tardi per quel ragazzino ingenuo... In effetti era un Serpeverde: tonti com'erano, sprezzanti del pericolo... Come avrebbe preteso delle scuse da quel biondino? Tuttavia la vita ci riserva sempre delle sorprese, magari oggi era il mio giorno fortunato, avrei assistito a qualcosa di insolito, anche se ne dubitavo altamente.
    I gufi, appollaiati sulla trave più alta, in cima alla torre, continuavano ad osservare lo scenario, fungendo da spettatori: come in un teatro (una area di divertimento babbana in cui si riproducevano solitamente delle scene di grandi opere babbane).
    Gli occhioni gialli, torvi, privi di garbo e felicità: scontrosi, diffidenti, pronti a colpire con raggi di fuoco, ad un altro passo falso.
    La mia attenzione si riconcentrò sul mio avversario, che intanto si rialzava in piedi, con una risata gelida, fredda, intimidatoria, ma che su me non stava sortendo alcun effetto. I miei occhi vuoti, senza alcun timore; insomma, come potevo temerlo, era solo un bambino. Però si vociferava nel castello che Brian avesse seguito due anni di una scuola teorica o qualcosa del genere. Non avrebbe fatto alcuna differenza tuttavia: l'abilità conteneva un minimo fattore di età, ma tutto girava attorno all'esperienza, alla conoscenza.
    Un ragazzo del settimo anno, che a poco si sarebbe diplomato, contro un ragazzino distante due anni dai G.U.F.O. Non c'era storia. L'avrei ridotto ad un brandello, mi sarebbe anche dispiaciuto... Purtroppo per lui però, quella risata non era certo segno di resa e sarei andato in fondo fin quando lui non se ne sarebbe andato con la coda tra le gambe.
    Mi divertiva quel pensiero però. Avrei giocato con lui fin quando non mi sarei stancato, però se cominciava ad annoiarmi non avrei avuto pietà e non ci sarebbero stati né Silente, né Piton che l'avrebbero tirato fuori dai guai.
    La sua risata cominciava ad essere snervante, tuttavia assecondai anche quella.

    Caro… ti sei messo contro la persona sbagliata!"

    Stessa espressione, ma la lancetta del "conta-pazienza" stava andando oltre i limiti, mi innervosiva quella voce; credeva davvero di intimorirmi con quegli avvisi? Povero stupido! Se gli avrei voluto spaccare la clavicola l'avrei già fatto, senza alcuno scrupolo, ma era davvero convinto di voler fermare la mia sicurezza in quel modo? Albus Percival Wulfric Brian Silente era convinto che la vera magia sta nelle parole, esse sono un arma a doppio taglio: possono infliggere dolore e così pure alleviarlo.
    Però c'era qualcosa che mi diceva che il professor Silente non intendesse questo con quelle parole, anzi, ora mi immaginavo un vecchio preside strampalato che era piegato in due dalle risate; al contrario del mio "Silente immaginario" io, però, mi stavo trattenendo per non sbottare in una risata, perché sapevo che non sarei riuscito a smettere, e di tanto in tanto curvavo le labbra, mordendole, facendo sorrisetti umilianti, taglienti.
    Il sole, stanco di guardarci si stava spostando lentamente: evidentemente sapeva che sarei uscito da vincitore in quello scontro. Mi stavo stancando di quella attesa, a momenti l'avrei vivisezionato con una serie di Sectumsempra... Mi snervava decisamente!
    Il caldo soffocava quasi, ed il sudore sembrava attirare tutta quella sporcizia: non vedeva l'ora di tornare in dormitorio per una doccia fredda. Ma sapevo bene che quell'attesa sarebbe durata poco: da lì a cinque minuti il San Mungo avrebbe guadagnato un nuovo paziente.
    Cosa avrebbe fatto il povero Freddy?! Sarebbe corso all'ospedale, si sarebbe fatto dire tutto ciò che era successo e poi sarebbe corso a vendicarsi al castello? Oh, come avrei aspettato quel momento. Magari l'avrei atteso nel Salone d'Ingresso a braccia conserte e gambe incrociate: non era male la prospettiva. Se anche Frederick avrebbe inferto nella situazione anche per lui ci sarebbero stati fuochi d'artificio a volontà.
    L'idea di fare del male quasi mi divertiva: ma forse il motivo era tutto celato dietro il comportamento da sbruffone e "io posso e tu no" del ragazzo; non era una novità che non mi andassero giù quei comportamenti, soprattutto se il diretto interessato ero io. Io mi stavo comportando peggio in quel momento, probabilmente, ma dopo che si infrange una regola nella vita quotidiana, una seconda sua inflazione è uguale alla prima, per cui non vedeva motivo per comportarsi civilmente.

    "Ora non avrai più scampo!"

    Per un momento temetti un attacco improvviso, tanto che indietreggiai di mezzo metro per mantenere comunque la situazione sotto controllo. Si poteva dire che stava facendo progressi il "bamboccio"!
    Continuai a guardarlo con espressione disinvolta: ero sicuro che anche il portamento di una persona in un duello, il suo atteggiamento, influiva molto nel conflitto, sminuiva l'ego dell'avversario, ma in quel caso non ne valeva la pena, lo sapevo, però era divertente.
    Era come vedere un castello di sabbia che a momenti sarebbe crollato, incapace di sostenere più il peso delle ondate continue del mare. Acqua... Aveva sempre riconosciuto quell'elemento più come suo, nonostante era noto a tutti che i Corvonero erano uniti sotto l'aria, mentre nell'acqua si rispecchiavano i Serpeverde, casata della mia mamma adorata, la quale non aveva mai tempo per i suoi figli, ma in quel momento era meglio sorvolare. Ogni tanto però mi chiedevo se il Cappello Parlante mi avesse collocato al posto giusto. Avevo sempre dimostrato particolari inclinazioni Serpeverde, in quello stesso momento si ritrovava ad agire da Serpeverde. Ora che ci pensava sembrava che io e Chris avevamo scambiato posti di casata. No, a parer mio Chris non era un Serpeverde, non aveva il comportamento di un vero erede di Salazar.
    E dopo quella sconfitta che avrebbero detto i suoi compagni di casata? L'avrebbero deriso? O anche in quel caso ci sarebbe stato Freddy a difenderlo!? Cominciavo a pensare solo ora, sul serio, che in quel castello la parola giustizia non esisteva davvero più. Mi ero illuso che solo Hogwarts era immune da quel clima e dal virus di tensione e malvagità che vi era oltre quell'Incanto Fidelius, ma evidentemente mi sbagliavo. Era tutto uguale, senza alcuna distinzione, peccato che non era qualcosa di positivo.
    Mi stavo distaccando troppo dalla situazione, stavo andando oltre i pensieri, ma si sa com'è... Un pensiero tira l'altro: era una chimica affascinante...
    Dopo lo scatto del Serpeverde dalle sue tasche fuoriuscì mezzo dormitorio Serpeverde, se non tutto.
    Aveva eseguito un'Incanto Estensivo Irriconocibile nella tasca, e questo gesto per fare cosa? Era un diversivo? La risposta non tardò ad arrivare: il ragazzino si chinò per prendere una stecca di legno, non più lunga di una copertina di un libro.
    Con o senza catalizzatore non faceva differenza. L'avrebbe sistemato comunque a dovere. Trattenne una risata...

    *Caspita, O'Neil... Non ti facevo così idiota!*

    Sempre fermo, le pupille si spostarono di nuovo in su, verso la schiera di gufi appollaiata sulla solita trave, ancora fissi a guardarli. In quel momento mi venne in mente un pensiero perverso ma sperai con tutto il cuore che non accadesse. Quella paura cominciò a mettermi una gran fretta e non andava bene. Dovevo riacquistare quella mia tranquillità uniforme che avevo avuto dentro fino a quel momento, era d'obbligo... Altrimenti ero perso. Non potevo mandare all'aria tutto per uno stupido pensiero idiota.
    Cercai di liberare la mente da ogni pensiero che non riguardasse la sagoma ben distinta che avevo davanti: Monique... Lalla... Lavinia! Ero rimasto dispiaciuto, dopotutto, per come ero sbottato con Lavi poco prima, non se la meritava davvero quella reazione da parte mia, e fu impossibile non notare come ci era rimasta di sasso, ma avevo continuato imperterrito sulla mia strada, non badandole. Mi avrebbe capito dopotutto, o forse no, visto che non conosceva nemmeno la fonte per cui le avevo risposto così sgarbatamente, senza un minimo di ritegno.
    Ma ora non era il "break" delle distrazioni. Quel posto cominciava a inorridirmi e prima uscivo di lì e meglio era. Il tutto non prima di aver sistemato come si deve quello sbruffone lattante. Dopotutto lui gli avevo anche offerto aiuto all'inaugurazione del suo negozio, quando aveva ricevuto un pugno in pieno naso, che glielo aveva rotto. Troppo vivido nella mente per scordarlo, quel ricordo, però non mi piace rinfacciare eventi passati. La vita va giocata secondo quello che ti trovi davanti, senza armi all'infuori di quelle che hai nel momento. Il mio era un gioco leale, che se fatto bene era più tagliente di uno basato su un complesso. Amavo il difficile, non potevo farci niente...
    Mentre pensavo ad ulteriori modi come metterlo a tacere una volta per tutte lui diede ancora una volta aria a quella bocca che emetteva parole insensate come il suo modo di agire in quel momento: era insensato tutto quello che stava provando a fare, insensato ribattere, l'avrei ridotto a brandelli, ciononostante il suo gesto era davvero audace, però il mio pensiero era, se riconosci la superiorità dell'avversario perché continuare a combatterlo? Anche se tuttavia questo mio precetto non veniva rispettato da me stesso. Io ero un caso a parte, naturalmente, unico!

    "Forza! Ora sono armato e pronto a combattere. Sappi che la tua mossa è stata molto sleale, e per pura cronaca, le mie sudice mani non sarebbero mai intervenute se tu ti sapessi tenere le tue cose a dovere!"

    Il suo parlare mi innervosiva, e non poco... Le sue parole, rivolte al silenzio in questo caso, erano una punizione in più per la sua anima. Quel giorno sarebbe stato ricordato nella storia del castello... Quella storia doveva finire: ragazzini che appena arrivano si credono degli dei in terra e parlano autoritariamente a chi volevano! No... Con me non toccavano duro! Gli avrei dato una lezione, a chiunque avesse mai puntato la punta della propria bacchetta contro la mia figura. Essere preso sotto mira non mi andava giù per niente: odiavo quel vincolo; perché non giocare a modo mio? Io ho la mia arma, tu la tua, fulmini e tuoni... E che vinca il migliore!
    Le sue trattative, purtroppo non sarebbero mai state accettate, anche perché nemmeno io avevo iniziato il gioco in modo pulito. Mi ero infangato da solo, dovevo ammetterlo! Ma non si rimpiange dei propri errori, come si suol dire, "E' inutile piangere su latte versato", ormai il danno era fatto.
    In quel duello senza regole, seppur seguendo una tattica di combattimento ben diversa dalla solita io, Fernando Cipriano, avrei appiccicato al muro Chris O'Neil, l'avrei giurato anche su mio padre!
    La sua voce alimentava la mia sete distruttiva: l'avrei fatto volare da una parte all'altra della stanza; sentivo una scossa di grande flusso scorrermi dentro, eccitata all'idea di essere rilasciata.
    Però, per il momento, non mi sarei azzardato ad attaccare per una seconda volta. Volevo vedere cosa era in grado di fare il moccioso.
    Ma di nuovo parlò, come se avesse riacquistato coraggio, pronto a buttarsi a capofitto in quello strapiombo senza fine. Perché era vero, era difficile avere la meglio su un ragazzo del settimo anno. Doveva essere soprannaturale. La mia convinzione mi conferiva più grinta e sicurezza, quella garanzia di vittoria che se possiedi in duello niente ti sbaraglierà mai!

    Io non sono sotto la gonna di nessuno e nessuno ha il diritto di guardarmi con quello sguardo!

    Quale sguardo? Se parlava così era davvero intimorito il piccolo Chris; ma almeno che nessuno dei due possedesse una Giratempo non si poteva tornare indietro, doveva contare solo su se stesso, sulle sue capacità, ma se credeva davvero che non ce l'avrebbe fatta, pur continuando a combattere, avrebbe perso in partenza. Una sua resa sarebbe stata apprezzata: almeno non ne sarebbe uscito umiliato tanto quanto come ne sarebbe uscito dopo quella certa sconfitta.
    Era ancora in tempo, o forse no... Qualcosa mi costrinse ad omettere quell'ultima mia impressione, dal suo movimento, dal suo modo di fare. Dovevo ammettere anche io che non sapevo come reagire, insomma... In un duello era difficile prevedere una mossa dell'avversario! Io sfruttavo ciò che mi circondava, anche se ero prevedibile! Secondo me il terreno garantiva, a chi lo utilizzava, il 50 % della vittoria. Poi bisognava vedere se l'avversario avrebbe risposto al fuoco col fuoco... E lì la musica cambiava decisamente!

    "Sei pronto a pagare?... Orbis!"

    All'ultima sillaba di quella parola il mio istinto fu quello di chiudere gli occhi, per poi avvertire un bagliore fioco che pian piano diventava sempre più intenso, come un fascio; la sua reazione così stupida, oltre ad aizzarmi, mi innervosiva anche! Come prima desideravo tanto una reazione ora volevo fargli pentire di aver reagito. Quell'insulso bamboccio, pieno di se, arrogante, inferiore che si credeva chissà chi coperto da Frederick Nott: dopotutto facevano una coppia perfetta; due arroganti che si davano arie.
    Ma avrei provveduto io a far abbassare la cresta al primo, Chris, quello che stava ricevendo ora era il colpo di grazia, quello che gli avrebbe fatto capire che ostacolarmi, o meglio, sfidarmi, sarebbe stato l'errore più grande che avesse mai fatto in vita sua.
    Prima di riaprire gli occhi feci un passo avanti e con uno sferzo della bacchetta compii con il braccio un arco da sinistra verso destra, pronunciando...

    PROTEGO!

    Citazione:
    PROTEGO
    Descrizione: crea uno scudo in grado di contrastare gli incantesimi più semplici
    Tipo: incantesimo difensivo
    Durata: istantanea
    Consigliato: per proteggersi da tutti gli incantesimi di livello medio-basso
    Avvertenze: è inefficace sia contro gli Incantesimi Oscuri sia contro le Maledizioni Senza Perdono
    Livello Richiesto: 1


    D'un tratto le palpebre si aprirono automaticamente e quella luce densa divenne nient'altro che polvere luccicante, che si sollevava nell'aria sgradevole di quel posto, conferendole un tocco di eleganza, come se fosse stato appena incantato, ma in realtà sapevo che alla fine di quel duello la Guferia sarebbe stata nient'altro che macerie e qualche muro di qualche metro, ne ero fermamente convinto.
    Mentre osservavo quel che rimaneva di quei brillantini dorati che vorticavano lentamente nell'aria, tirai fuori parola dopo quel che parve un'ora, anche più! Il mio tono era leggermente tetro, quasi sinistro, grottesco, ed era naturale, ogni tanto mi capitava, quando mi innervosivo, soprattutto. Odiavo essere intralciato, dopotutto: ero un tipo brillante, egocentrico, non lo negavo, e per tali motivi non dovevo essere sottomesso da Chris O'Neil!

    Pensi di essere importante? Famoso? Intoccabile? Credo che tu abbia incontrato la persona sbgliata... O'Neil, credo che passerò dall'Infermeria qualche giorno di questi, magari ti porterò qualche dolciume della Sala Grande, ti servirà dopo la mangiata di polvere che ti darò ora...

    Risi malignamente, sicuro che quel mio comportamento lo avrebbe in un certo senso intimorito, sminuito. Dovevo dire che stavo lavorando parecchio bene sul lato psicologico, ovvero il cuore del duellante nel duello. Come può un duellante poter duellare egregiamente quando dentro non tutto trova ordine? E' una sconfitta a prescindere, avrebbe dovuto saperlo! Finora non avevo incontrato nessuno con la mia stessa tecnica, e potevo dire che fin quando non l'avrei trovato nessuno avrebbe potuto mettermi al tappeto, figuriamoci O'Neil, per di più un tonto Serpeverde! Era arrivato il momento, volevo finirla alla svelta, e di certo non potevamo passare inosservati a lungo, stavo solo sprecando tempo quando potevo agire e finirla direttamente, ma qualcosa mi diceva... giocaci un altro po... e non mi sembrava una cattiva idea dopotutto. Attaccare e aspettare, schivare e di nuovo attaccare, come un serpente, riducendolo ad un inutile straccio! Molto molto allettante...
    Ma c'era anche da dire che attendere non era la prospettiva migliore fra tutte, la parola "attacco" danzava dolcemente davanti i miei occhi, e proprio non me la sentivo a respingerla in quel momento...
    Alzai in un secondo momento il braccio, compiendo un altro arco verso l'alto stavolta, verso i gufi rivolti in schiera sulla trave di legno portante di quel "porcilaio". Un altro passo in avanti, il catalizzatore ancora rivolto verso l'altro, un cerchio sul lato destro e poi una sferzata decisa verso Chris, che stava ancora in piedi, difficile notare se fosse turbato o meno, forse non lo faceva notare, o forse non lo era affatto. Se non lo era non era poi così tonto! A seconda delle occasioni le persone possono sorprendere, anche i tonti, avevo imparato quel giorno.

    Mi sono fin troppo stancato, finiamola qui... e tu, ti avverto, TU... non dirai il mio nome dopo ciò che sta accadendo! OPPUGNO!

    Citazione:
    OPPUGNO
    Descrizione: ordina a un animale o a una Creatura Magica di attaccare l’avversario
    Tipo: incantesimo offensivo
    Durata: istantanea
    Consigliato: per assicurarsi l’aiuto di un alleato potente e dotato di caratteristiche che mancano all’uomo
    Avvertenze: non può essere usato sulle creature magiche con classificazione XXXX o superiore
    Livello Richiesto: 3


    Uno stridio acuto e poi una folata di vento alle sue spalle, una cinquantina di gufi in volo si diressero verso la sagoma che aveva d fronte, aspettavo trepidante la sua ultima mossa; ero curioso su cosa avrebbe imbrogliato quel marmocchio. Un sorriso malizioso dipinto sul viso, pregustavo già la mia vittoria. E comunque non gli avrei mai potuto mentire per la Guferia, un salito lo avrei fatto, magari per dargli il resto!




    O.T mi scuso con il mio avversario per il lungo ritardo, e anche con Cosetto che mi ha concesso del tempo visto i miei problemi tecnici.

    Cosetto, Brian-Granger], [b]Lady_Snape


  • Cosetto_Silverwing

    Corvonero Certificato

    Dormitorio: Corvonero
    Livello: 13
    Galeoni: 107217
       
       

    DUELLO CONCLUSO

    Per quanto riguarda il punteggio all'utente Brian-Granger, vanno 30 PUNTI.

    Nessun altro punteggio all'altro utente.

    Alla casata di Serpeverde lo stesso punteggio del proprio utente.

    Per il Club dei Duellanti, Cosetto